
{"id":6727,"date":"2009-12-19T17:07:11","date_gmt":"2009-12-19T16:07:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=6727"},"modified":"2009-12-20T23:58:02","modified_gmt":"2009-12-20T22:58:02","slug":"una-generazione-a-rischio-di-sconfitta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=6727","title":{"rendered":"UNA GENERAZIONE A RISCHIO"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">I 780.000 POSTI DI LAVORO ITALIANI PERSI NELLA CRISI, SECONDO I DATI PUBBLICATI DALL&#8217;ISTAT IN QUESTI GIORNI, SONO QUASI TUTTI RAPPORTI A TERMINE O ATIPICI. E QUASI TUTTI DI GIOVANI. AI QUALI STIAMO PREPARANDO UN FUTURO DI LAVORO\u00a0SENZA SICUREZZA\u00a0DI CONTINUITA&#8217; DEL REDDITO, CON POCA FORMAZIONE E PROSPETTIVE PENSIONISTICHE\u00a0MOLTO POVERE. E&#8217; UN&#8217;INTERA GENERAZIONE SACRIFICATA DALLE GENERAZIONI PRECEDENTI,\u00a0SULLA QUALE E PER LA QUALE IL PAESE NON E&#8217; CAPACE DI INVESTIRE.<\/span><\/p>\n<p><em>Articolo di <strong>Pietro Garibaldi<\/strong>, ordinario di economia del lavoro nell&#8217;Universit\u00e0 di Torino, pubblicato su <\/em>La Stampa<em> del 18 dicembre 2009\u00a0<\/em><\/p>\n<p><!--more-->\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Mentre i segnali di ripresa per il 2010 fortunatamente si intensificano, dal lato dell\u2019occupazione l\u2019onda lunga della recessione si sta abbattendo a piena forza sul mercato del lavoro.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 I dati sull\u2019occupazione del terzo trimestre sono davvero brutti e mostrano chiaramente che le categorie pi\u00f9 colpite dall\u2019onda lunga della recessione sono i giovani e il resto dei lavoratori precari. Il vero rischio \u00e8 che in Italia si stia per perdere un\u2019intera generazione, come gi\u00e0 avvenuto in Giappone durante la grande crisi degli Anni 90. In questi anni i giovani lavoratori italiani sono entrati sul mercato del lavoro con minori tutele, con pi\u00f9 bassa probabilit\u00e0 di ricevere formazione professionale e con salari, a parit\u00e0 di istruzione e altre condizioni, pi\u00f9 bassi. Ora che \u00e8 arrivata la grande crisi, a pagarne le conseguenze sono ancora loro.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 A livello di intero Paese, un calo di mezzo milione di posti di lavoro in un anno non si vedeva dal 1992. In quel terribile anno l\u2019Italia, nel mezzo di Tangentopoli e di drammatiche stragi, registr\u00f2 per la prima volta dal dopoguerra un calo dei consumi aggregati. Il peggioramento rispetto a quel terribile anno \u00e8 spiegabile. All\u2019inizio degli Anni Novanta per ridurre l\u2019occupazione era necessario licenziare, una pratica difficile e odiosa per tutti i datori di lavoro. Oggi, viceversa, \u00e8 sufficiente non rinnovare alla scadenza un contratto a termine o a progetto. Non stupisce quindi che tra il mezzo milione di posti di lavoro persi, 220 mila siano concentrati tra i lavori a termine e altri 150 mila tra i lavoratori autonomi, dove si ritrovano i contratti a progetto, l\u2019esempio pi\u00f9 clamoroso di lavoratori precari. Tra l\u2019altro, nelle inchieste dell\u2019Istat, 40 lavoratori su cento dichiarano che nella sostanza il loro progetto non esiste e che svolgono semplicemente un lavoro subordinato. Non credo che si debba tornare alle rigidit\u00e0 del 1992 e che sia stato un errore introdurre varie forme di lavoro flessibile in Italia. L\u2019incredibile crescita di posti di lavoro che abbiamo registrato tra l\u2019inizio del decennio in corso e l\u2019arrivo della recessione, \u00e8 avvenuta proprio grazie a quella flessibilit\u00e0 e all\u2019opportunit\u00e0 delle imprese di inserire in azienda giovani lavoratori in via sperimentale.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Durante la grande recessione stiamo per\u00f2 scoprendo l\u2019altra faccia della medaglia della flessibilit\u00e0 introdotta. Il vero problema \u00e8 che a subire le conseguenze della grande recessione sull\u2019occupazione sono principalmente i giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile \u00e8 passato dal 18 % del 2008 al 27 % degli ultimi mesi. Non \u00e8 vero, come spesso si sente dire, che la disoccupazione giovanile ha pochi effetti sulla vita lavorativa. \u00c8 invece vero che chi inizia male sul mercato del lavoro avr\u00e0 per tutta la vita salari pi\u00f9 bassi e minori opportunit\u00e0 occupazionali. Alcuni studi per diversi Paesi lo hanno chiaramente dimostrato. Uno studio inglese ha addirittura dimostrato che una prolungata disoccupazione giovanile pu\u00f2 avere effetti sulle condizioni di salute di lungo periodo.<br \/>\n\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 Il Paese non pu\u00f2 permettersi di perdere un\u2019intera generazione. La risposta pi\u00f9 strutturale al problema del dualismo italiano sarebbe forse quella di introdurre un contratto unico a tutele progressive e crescenti, in modo da dare ai giovani una prospettiva di lungo periodo, mantenendo al tempo stesso alle imprese la possibilit\u00e0 di sperimentare l\u2019adeguatezza dei nuovi assunti. Sarebbe una riforma senza alcun costo per le casse dello Stato. Introdurre un salario minimo nazionale, che tra l\u2019altro esiste nella maggior parte dei paesi avanzati, sarebbe una seconda coraggiosa riforma per ridurre la precariet\u00e0. Anche questa senza alcun impatto sulla spesa pubblica. Il sussidio di disoccupazione per i giovani, viceversa, avrebbe un costo per le casse dello Stato, ma sarebbe comunque una riforma doverosa. Di queste e altre idee di riforma si \u00e8 in realt\u00e0 parlato in questi giorni in commissione lavoro al Senato. Ma ai centinaia di migliaia di giovani che hanno perso il lavoro, e che fanno fatica a trovarne uno nuovo, una seria discussione politica non \u00e8 sufficiente. Hanno diritto a risposte concrete.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I 780.000 POSTI DI LAVORO ITALIANI PERSI NELLA CRISI, SECONDO I DATI PUBBLICATI DALL&#8217;ISTAT IN QUESTI GIORNI, SONO QUASI TUTTI RAPPORTI A TERMINE O ATIPICI. E QUASI TUTTI DI GIOVANI. AI QUALI STIAMO PREPARANDO UN FUTURO DI LAVORO\u00a0SENZA SICUREZZA\u00a0DI CONTINUITA&#8217; DEL REDDITO, CON POCA FORMAZIONE E PROSPETTIVE PENSIONISTICHE\u00a0MOLTO POVERE. 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