
{"id":8507,"date":"2010-05-22T18:43:21","date_gmt":"2010-05-22T17:43:21","guid":{"rendered":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=8507"},"modified":"2010-05-22T18:43:21","modified_gmt":"2010-05-22T17:43:21","slug":"il-dibattito-in-senato-sui-quarantanni-dello-statuto-dei-lavoratori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.pietroichino.it\/?p=8507","title":{"rendered":"IL DIBATTITO IN SENATO SUI QUARANT&#8217;ANNI DELLO STATUTO DEI LAVORATORI"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"color: #993300;\">\u00a0GLI INTERVENTI DI PAOLO NEROZZI, TIZIANO TREU, PIETRO ICHINO PER IL PD E DI\u00a0MAURIZIO CASTRO E DEL MINISTRO DEL LAVORO\u00a0MAURIZIO SACCONI PER LA MAGGIORANZA<\/span><\/p>\n<p><em>Testo tratto dal resoconto stenografico della seduta antimeridiana del Senato del 20 maggio 2010<\/em><\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare il senatore Nerozzi. Ne ha facolt\u00e0.<br \/>\nNEROZZI <em>(PD)<\/em>. Signora Presidente, onorevoli colleghi, \u00e8 la sera del Capodanno del 1968, la televisione trasmette un servizio in cui si racconta che il Ministro del lavoro, il socialista Giacomo Brodolini, fino a qualche anno prima vice segretario della CGIL, ha trascorso la notte con i lavoratori della fabbrica romana Apollon. Qualche settimana dopo Brodolini si reca ad Avola a ricordare due braccianti uccisi negli scontri con le forze dell&#8217;ordine, e lancia la proposta di Statuto.<br \/>\nBrodolini, socialista ed espressione, insieme a Lombardi e Giolitti, della punta pi\u00f9 avanzata del primo centrosinistra, volle far approvare il prima possibile lo Statuto dei lavoratori. Aveva chiamato accanto a s\u00e9 alcuni studiosi, tra i quali Gino Giugni, che ebbe il compito di coordinare il lavoro che port\u00f2 all&#8217;approvazione dello Statuto.<br \/>\nIl Consiglio dei ministri, il 24 giugno 1969, present\u00f2 al Senato il testo dello Statuto. Appena venti giorni dopo, in una clinica svizzera, Brodolini moriva di cancro. I familiari diranno che non aveva mai voluto parlarne. \u00c8 giusto ricordare, a quarant&#8217;anni dallo Statuto, quel Ministro che lo volle tenacemente.<br \/>\nUna ricerca politica che veniva da lontano, fin dal 1952, quando Di Vittorio, al congresso di Napoli della CGIL, propose uno Statuto dei diritti dei lavoratori, riassunto nello slogan \u00abla Costituzione nelle fabbriche\u00bb, e diceva in quel congresso: \u00abIl lavoratore \u00e8 un uomo, ha una sua personalit\u00e0, un suo amor proprio, una sua idea, una sua opinione politica, una sua fede religiosa e vuole che questi diritti siano rispettati da tutti\u00bb.Al nome di Di Vittorio e a quel lavoro Brodolini rimase per sempre legato. E lo Statuto \u00e8 il coronamento del sogno di quel Ministro.<br \/>\nL&#8217;<em>iter <\/em>parlamentare dello Statuto dur\u00f2 quasi un anno, fu coordinato da Gino Giugni ed ebbe il contributo di insigni giuristi tra i quali Federico Mancini, in particolare per l&#8217;articolo 18, e di un ex sindacalista, poi Ministro, che lo concluse, Carlo Donat- Cattin, cui si deve attribuire l&#8217;importantissimo articolo 28.<br \/>\nL&#8217;opposizione contribu\u00ec a migliorare e correggere il testo, anche se poi, al termine del suo <em>iter<\/em>, decise di astenersi. La motivazione addotta per l&#8217;astensione, \u00abla mancata adozione di un qualche <em>status <\/em>a favore dei partiti nel dibattito interno ai luoghi di lavoro\u00bb, ancora oggi non mi appare convincente. Viceversa, mi ritrovo di pi\u00f9 con l&#8217;interpretazione che nel 2006 diede Bruno Trentin: \u00ab(&#8230;) lo Statuto dei diritti del lavoro (&#8230;) nel 1970 dava corpo alla grande idea di Di Vittorio di vent&#8217;anni prima. Purtroppo una parte della sinistra, i parlamentari del PCI, si astennero al momento della sua approvazione, solo perch\u00e9\u00bb in quel momento <em>[la sinistra era, <\/em>n.d.r<em>.] \u00ab<\/em>esclusa dalla partecipazione al Governo\u00bb.<br \/>\nIl lavoro di Brodolini e Giugni, portato a termine con il ministro Donat-Cattin, rimane una parte non cancellabile, per il suo portato di civilt\u00e0 e di dignit\u00e0 del mondo del lavoro, del passato e del presente ma anche del futuro di questo Paese.<br \/>\nA quant&#8217;anni dall&#8217;approvazione della legge 20 maggio 1970 n. 300, non possiamo non evidenziare come questa normativa sia a tutt&#8217;oggi un punto avanzato del nostro ordinamento giuridico. Normativa capace di attribuire ai lavoratori una dote di diritti di carattere universale tesi a declinare i valori della Carta costituzionale in diritti effettivi. Un complesso di garanzie che aveva ed ha l&#8217;ambizione di non incidere solamente nelle relazioni industriali, ma che attribuiva al lavoratore una dose importante di diritti di cittadinanza, attribuendo ad esso, attraverso lo strumento normativo, la tutela della libert\u00e0 e della dignit\u00e0 del lavoratore, nonch\u00e9 il fattivo diritto di associazione sindacale nei luoghi di lavoro.<br \/>\nUna dose di diritti, quindi, inalienabili ed universalistici, che non possono non essere attribuiti (anche se con diverse modalit\u00e0) anche alle nuove forme di lavoro flessibili che si sono venute a determinare negli ultimi anni e che all&#8217;epoca dell&#8217;approvazione dello Statuto erano sostanzialmente inesistenti.<br \/>\nUna legge moderna, ancora oggi attuale, ma spesso non applicata nel suo complesso. Una normativa che non ha attenuato il conflitto nelle relazioni industriali, ma che ha avuto il merito di ricondurlo entro un recinto di regole condivise. Una legge che pi\u00f9 volte \u00e8 stata sottoposta ad attacchi, per lo pi\u00f9 di carattere politico, e che per\u00f2 in sua difesa ha visto, anche pochi anni or sono, un forte movimento popolare manifestare. A mio avviso, uno dei punti critici che ha impedito in quarant&#8217;anni la piena attuazione della legge e del suo portato culturale e politico \u00e8 da ricercarsi nella mancata approvazione di una normativa organica sulla rappresentanza e la democrazia sindacale nei luoghi di lavoro, normativa che viceversa vide la luce per il settore pubblico anche grazie al prezioso lavoro di Massimo D&#8217;Antona, dal barbaro assassinio del quale proprio oggi ricorrono 11 anni.<br \/>\nIn conclusione, a quarant&#8217;anni dall&#8217;approvazione dello Statuto, voglio ricordare le parole di Umberto Romagnoli, uno dei grandi maestri del diritto del lavoro: \u00abIl lavoro \u00e8 senza aggettivi, non c&#8217;\u00e8 lavoro subordinato, autonomo, parasubordinato, c&#8217;\u00e8 il lavoro che \u00e8 il passaporto della cittadinanza, come intende l&#8217;articolo 1 della Costituzione. Poi, il lavoro non deve essere solo l&#8217;oggetto di un contratto, ma il modo attraverso cui la cittadinanza esiste, ha una sua visibilit\u00e0, reclama una presenza e uno spazio. Per cui se fino ad ora i sindacati hanno rappresentato e tutelato il cittadino come lavoratore, adesso devono imparare a rappresentarlo in quanto cittadino\u00bb.<br \/>\nNel momento in cui, insieme, ricordiamo i quarant&#8217;anni dello Statuto, non possiamo per\u00f2 dimenticare i troppi progetti di legge che ne stravolgono i contenuti. Noi Democratici a quei principi della legge n. 300 siamo e resteremo fedeli. <em>(Applausi dai Gruppi PD e UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-IS-MRE e del senatore Astore. Congratulazioni).<\/em><\/p>\n<p>\u00a0\u00a0[&#8230;]<\/p>\n<p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare il senatore Treu. Ne ha facolt\u00e0.<br \/>\nTREU <em>(PD)<\/em>. Signora Presidente, questa sessione, molto utile anche se poco frequentata, non dovrebbe rappresentare solo una commemorazione ma dovrebbe servire a una riflessione politica &#8211; perch\u00e9 questa \u00e8 la sede &#8211; che guardi al senso di allora dello Statuto e soprattutto al suo significato attuale. Ho sentito apprezzamenti largamente positivi (con qualche eccezione, come da parte di chi mi ha appena preceduto), ma, a maggior ragione, se l&#8217;apprezzamento riguarda il passato poi deve tradursi in significati politici per il futuro.<br \/>\nUna prima osservazione, se vogliamo fare un&#8217;analisi lucida e, se volete, anche aiutata dalla distanza, questa dovrebbe distinguere il significato e i principi dello Statuto dalle singole norme che lo compongono. Molte di queste sono invecchiate, altre sono state cambiate: quindi, lo Statuto non \u00e8 pi\u00f9 quello di un tempo, ma in realt\u00e0 i princ\u00ecpi che lo sostanziano sono di rango costituzionale e, giustamente, poi sono stati riprodotti e allargati a livello internazionale e, di recente, nella Costituzione europea, il che \u00e8 bene ricordare anche qui. Questi principi sono ancora la piattaforma dei diritti fondamentali civili e sociali della persona che, allora, lo Statuto fece entrare nei cancelli della fabbrica.<br \/>\nIl valore e la fiducia in questi principi furono oggetto di condivisione da parte dei protagonisti di allora, da Brodolini a Donat-Cattin, che concluse proprio l&#8217;opera del ministro Brodolini. Ricordarli non ha solo un valore evocativo. Questa parte dello Statuto, soprattutto la prima, \u00e8 servita a costituzionalizzare il potere dell&#8217;imprenditore di allora e ha una funzione tuttora attuale, se non altro perch\u00e9 costituisce una remora a possibili involuzioni della prassi di gestione del personale. In un momento cos\u00ec difficile, questa non \u00e8 una funzione da poco.<br \/>\nLa seconda parte dello Statuto, quella che pi\u00f9 direttamente \u00e8 stata ispirata da Giugni, che opportunamente ne \u00e8 stato ricordato come il padre, com&#8217;\u00e8 noto riguarda soprattutto i rapporti sindacali. A distanza di tempo, dobbiamo dire che \u00e8 stata una normativa di razionalizzazione e di modernizzazione delle nostre relazioni sindacali e ha garantito il pluralismo e l&#8217;autonomia del sindacato, nonostante non sia stata poi integrata, come invece avrebbero voluto Giugni e gli autori di allora, da una pratica delle stesse parti sociali che regolasse meglio il conflitto che lo Statuto, opportunamente, non ha voluto regolare per legge. Queste sono le due grandi indicazioni che ci vengono da allora.<br \/>\nDetto questo, guardando avanti, bisogna riconoscere che ci sono dei punti critici. I diritti individuali e collettivi che allora furono sanciti, e che valgono anche adesso, hanno ridotto, ma non cancellato, l&#8217;asimmetria di potere che caratterizza i rapporti di lavoro. \u00c8 bene dirlo, perch\u00e9 qualcuno sembra pensare che non sia pi\u00f9 cos\u00ec. Soprattutto, questo \u00e8 il problema maggiore, la normativa di allora \u00e8 diventata incompleta e insufficiente &#8211; com&#8217;\u00e8 stato ricordato &#8211; per fronteggiare le nuove realt\u00e0 del mondo del lavoro, in particolare la diversificazione dei lavori, dai precari agli atipici, ma anche le modifiche intervenute nella fabbrica, perch\u00e9 l&#8217;impresa di oggi non \u00e8 pi\u00f9 &#8220;a scatola&#8221;, come una volta, ma &#8220;a rete&#8221;.<br \/>\nOccorrono quindi regole nuove, anche come tecnica, ma con un&#8217;ispirazione di base che resta. Infatti, l&#8217;idea di base dello Statuto, quella dei diritti fondamentali individuali e collettivi, \u00e8 tanto presente oggi &#8211; noi lo vogliamo sottolineare &#8211; che anche quando si ricercano forme di regolazione dei nuovi lavori, si usa la parola \u00abstatuto\u00bb. Io vorrei mantenerla, anche se magari lasciando perdere lo Statuto dei lavori. In sostanza, la sfida di oggi \u00e8 applicare quell&#8217;idea di diritti fondamentali in un contesto molto pi\u00f9 diversificato e pi\u00f9 complicato, che quindi non abbia paura delle diversit\u00e0 esistenti nel mondo del lavoro, ma articoli le tutele e anche gli interventi di promozione &#8211; non si tratta infatti solo di tutelare il lavoro, ma anche di promuoverlo &#8211; in rapporto alle diverse modalit\u00e0 con cui il lavoro si manifesta. Se non lo facessimo, tradiremmo lo stesso obiettivo dello Statuto, che era appunto quello di sostenere e promuovere il lavoro secondo le proprie caratteristiche.<br \/>\nNoi abbiamo proposto, anche in questo Senato &#8211; che non se ne occupa molto &#8211; proposte di legge che vanno nella direzione di trovare una base di regolazione diversa delle condizioni di lavoro attuali, una base sociale comune e poi una diversificazione a seconda delle condizioni, perch\u00e9 questa \u00e8 la sfida. Allora, lo Statuto ricompose, favor\u00ec le condizioni di lavoro in una fabbrica fordista accomunata dagli stessi tipi di lavoro; ora occorre perseguire questo obiettivo delle composizioni in condizioni molto pi\u00f9 complicate.<br \/>\nQuesta \u00e8 la prima e pi\u00f9 importante sfida che ci aspetta, e che lo Statuto pu\u00f2 sostenere, ma va poi affrontata con lo stesso spirito riformista e riformatore di allora.<br \/>\nIl ripensamento riguarda i diritti e le tutele individuali dei diversi lavori, ma anche i rapporti collettivi, anche se se ne parla meno.<br \/>\nAllora il sostegno &#8211; e lo Statuto, si dice, era una legislazione di sostegno &#8211; riguard\u00f2 la presenza sindacale in azienda, il contropotere; ora bisogna perseguire lo stesso obiettivo di bilanciamento dei poteri &#8211; Gino Giugni ricordava sempre: <em>checks and balances <\/em>&#8211; anche al di fuori della fabbrica, perch\u00e9 le decisioni imprenditoriali che influiscono sul lavoro sono sempre pi\u00f9 spesso attuate anche al di fuori dell&#8217;impresa. Quindi, se vogliamo essere effettivi &#8211; come deve essere il lavoro &#8211; dobbiamo allargare l&#8217;orizzonte appunto al di fuori della fabbrica, ai rapporti che intervengono sul mercato del lavoro con le istituzioni e con le parti sociali, che sono sfidate molto pi\u00f9 direttamente dalla legge.<br \/>\nQuesti sono due aspetti su cui lo spirito dello Statuto deve essere ripreso, anche per alimentare la ricerca di soluzioni nuove.<br \/>\nCi sono invece due profili manchevoli, che allora volutamente non furono affrontati. Il primo riguarda la disciplina della rappresentanza sindacale, che \u00e8 stata anche qui ricordata, perch\u00e9 con lo Statuto si volle sostenere, senza regolare direttamente, avendo molta fiducia &#8211; anche se non del tutto ben riposta in questo caso &#8211; nella capacit\u00e0 di autoregolazione delle parti. Il tema non pu\u00f2 essere dunque pi\u00f9 eluso, ma l&#8217;obiettivo \u00e8 lo stesso: favorire rappresentanze effettivamente presenti vicino ai luoghi di lavoro, e anche fuori, favorire coesione nella rappresentanza, e non invece dividere o frammentare la stessa, come ho sentito dire un attimo fa.<br \/>\nIl secondo profilo che non \u00e8 stato considerato \u00e8 quello della partecipazione nell&#8217;impresa, perch\u00e9 l&#8217;orizzonte di allora era la fabbrica, ma non si considerava il sistema di governo dell&#8217;impresa, che invece va affrontato per rendere i lavoratori meno estranei all&#8217;impresa stessa e, viceversa, per rendere l&#8217;impresa meno ostile.<br \/>\nAnche su questo abbiamo dei disegni di legge che stanno l\u00ec e che ci auguriamo vengano esaminati, perch\u00e9 ormai la protezione del valore del lavoro, in un contesto cos\u00ec mutevole, non si pu\u00f2 pi\u00f9 affidare solo a tutele normative, ma abbisogna di procedure di partecipazione e di controllo.<br \/>\nConcludo sottolineando la necessit\u00e0 che continui questo esame politico, con uno sguardo rivolto al futuro. Lo Statuto dei lavoratori non va superato, come qualcuno dice, ma va integrato e reinterpretato perch\u00e9, se siamo all&#8217;altezza, pu\u00f2 essere in grado di ispirare ancora soluzioni riformatrici adeguate a problemi nuovi. <em>(Applausi dal Gruppo PD e dei senatori Castro e Poli Bortone).<\/em><\/p>\n<p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare il senatore Ichino. Ne ha facolt\u00e0.<\/p>\n<p>ICHINO <em>(PD)<\/em>. Signora Presidente, il mio breve intervento \u00e8 dedicato soltanto a sottolineare un aspetto della vicenda dello Statuto dei lavoratori del 1970 che \u00e8 stato forse tenuto indebitamente in ombra nel dibattito di questi giorni.<br \/>\nL&#8217;elaborazione e l&#8217;emanazione dello Statuto hanno coinciso con la crisi di una corrente di pensiero molto importante, quella che va sotto il nome di \u00abcontrattualismo sindacale\u00bb e che ha caratterizzato particolarmente l&#8217;elaborazione teorica ed il comportamento pratico di una grande confederazione sindacale italiana, la CISL.<br \/>\nLo Statuto ha avuto il merito di recepire e generalizzare i contenuti fortemente innovativi della contrattazione collettiva della seconda met\u00e0 degli anni &#8217;60 e, in particolare, dell&#8217;autunno caldo del &#8217;69. La sua emanazione, tuttavia, ha segnato uno spartiacque tra una legislazione in materia di lavoro rispettosa del principio contrattualistico e del principio di sussidiariet\u00e0, ed una legislazione, invece, fortemente invasiva, intrusiva ed ipertrofica, quella che ha portato la raccolta delle leggi vigenti nel nostro Paese in questo campo ad occupare quasi 3.000 pagine, caratterizzate oltretutto da grave disorganicit\u00e0, ma, soprattutto, da un grave difetto di effettivit\u00e0: alla dilatazione del volume normativo ha corrisposto una riduzione del campo di applicazione effettiva della legge.<br \/>\nLo Statuto &#8211; che pure nell&#8217;immediatezza della sua emanazione venne tacciato di essere una legge malfatta &#8211; \u00e8 stato invece esemplare per semplicit\u00e0, chiarezza ed aderenza agli equilibri del sistema di relazioni industriali. Subito distribuito in milioni di esemplari in ogni luogo di lavoro, in ogni angolo del Paese, esso in pochi mesi ha saputo cambiare profondamente la cultura del lavoro nel nostro Paese, perch\u00e9 \u00e8 stato letto e capito direttamente dai milioni dei suoi destinatari, lavoratori e imprenditori, conseguendo uno straordinario grado di effettivit\u00e0. Questi beni inestimabili &#8211; semplicit\u00e0, chiarezza, effettivit\u00e0, aderenza agli equilibri del sistema di relazioni industriali &#8211; sono per\u00f2 andati ben presto perduti nella nostra legislazione del lavoro.<br \/>\nNel momento in cui celebriamo i 40 anni di questa legge straordinaria, credo che tutti dobbiamo assumere l&#8217;impegno, un impegno possibilmente bipartisan, a recuperare questi beni ed, in particolare, a ristabilire un corretto rapporto tra sistema delle relazioni industriali e legislazione del lavoro. Consapevoli che quando &#8211; come oggi diffusamente accade &#8211; la legge viene di fatto disapplicata, \u00e8 la democrazia stessa ad essere messa fuori gioco. <em>(Applausi dal Gruppo PD).<\/em><\/p>\n<p>[&#8230;]<\/p>\n<p>PRESIDENTE. \u00c8 iscritto a parlare il senatore Castro. Ne ha facolt\u00e0.<\/p>\n<p>CASTRO <em>(PdL)<\/em>. Signora Presidente, signor Ministro, signor Sottosegretario, illustri colleghi, credo davvero che il senso di questa celebrazione debba essere trovato nel proporre alcune riflessioni, magari eccentriche e non convenzionali, che per\u00f2 possano trasformarsi in materiale utile per un necessario intervento di compimento di quella traiettoria di modernizzazione che nello Statuto dei lavoratori trov\u00f2 un momento autentico, dispiegato e fondante.<br \/>\nLa prima eccentricit\u00e0 &#8211; se mi \u00e8 consentito &#8211; \u00e8 quella rispetto alla lectio facilior, dominante anche nel dibattito degli ultimi giorni, in ordine alla filiazione diretta da parte dell&#8217;\u00abautunno caldo\u00bb, dello Statuto dei lavoratori. Come ogni lectio facilior, corre il rischio di essere assai seducente, ma anche molto sdrucciolevole.<br \/>\nCredo si debba accuratamente evitare di incorrere in un errore per il quale <em>post hoc, ergo propter hoc<\/em>; anzi ritengo si debba cogliere quasi una sorta di contrapposizione tra l&#8217;orizzonte di senso, in termini di regolazione del mercato del lavoro e del diritto del lavoro, che ha trovato compimento nello Statuto, e invece quanto accadeva nelle proposizioni ideologiche dei movimenti. Basti pensare a chi furono davvero i protagonisti della manifattura dello Statuto dei lavoratori: Giacomo Brodolini, Gino Giugni &#8211; il primo socialista a vocazione interna e il secondo socialista a vocazione internazionale &#8211; e Carlo Donat-Cattin. \u00c8 dalla fusione feconda, vivace e propulsiva di quelle due culture, il socialismo riformista e il personalismo cattolico, che nasce la qualit\u00e0 pi\u00f9 propria, pi\u00f9 densa e pi\u00f9 significativa della complessiva proposta dello Statuto dei lavoratori, che non a caso scandisce il quadro legislativo, ma immagina di dover riempire quel frame attraverso l&#8217;affidamento alle parti sociali di una dimensione propulsiva ed innovativa: ecco, dunque, la continuit\u00e0 della modernizzazione. Pare quasi di cogliere come, rispetto alla deriva sentimentale dei movimenti, lo Statuto dei lavoratori abbia rappresentato una sorta di ancoraggio razionale. Verrebbe la voglia, citando categorie elaborate in altro capitolo del diritto, di contrapporre un diritto del lavoro del <em>Gefuhl<\/em>, del sentimento, a un diritto del lavoro del <em>Gesinnung<\/em>, cio\u00e8 dell&#8217;atteggiamento interiore.<br \/>\nIn questa prospettiva, credo vada storicamente recuperata e sottolineata senza alcuna cesura polemica la posizione che condusse all&#8217;astensione del Partito comunista italiano e del Partito socialista italiano di unit\u00e0 proletaria (PSIUP), su un versante, e del Movimento sociale italiano, sul versante opposto.<br \/>\n\u00c8 evidente che, rispetto all&#8217;impostazione del Partito Comunista Italiano, lo Statuto dei lavoratori fu interpretato assecondandone la vocazione di senso attraverso la personalit\u00e0 dei suoi padri. A quella astensione, tra l&#8217;altro, segu\u00ec un dibattito molto acre nella stessa CGIL, la quale formul\u00f2 una serie di proposizioni fortemente critiche. Questo sta a significare come in qualche modo lo Statuto dei lavoratori, con la sua razionalit\u00e0 e la sua vocazione contrattuale, si frapponesse al tentativo del Partito Comunista di allora di far dilagare nelle fabbriche la sua concezione antagonistica delle relazioni industriali e dei rapporti di lavoro, fondata come tale, da un lato, sulla politicizzazione come vettore del conflitto sociale e, dall&#8217;altro, sul rifiuto dell&#8217;autonomia come elemento fondativo dell&#8217;azione sindacale.<br \/>\nNon \u00e8 un caso che si cre\u00f2 una complicit\u00e0 di fatto con pezzi dominanti della Confindustria di allora, che colsero nello Statuto dei lavoratori una minaccia all&#8217;esorbitare dell&#8217;unit\u00e0 degli approcci, che in qualche modo finirono per legittimare una prassi tutta difensiva rispetto all&#8217;applicazione dello Statuto. Due furono le conseguenze, certo segnate dell&#8217;eterogenesi dei fini, ma in qualche modo clamorose. Una fu lo scivolare della piccola impresa in un cono d&#8217;ombra irrimediabile. Per quasi sessant&#8217;anni la piccola impresa \u00e8 stata condannata ad astenersi dal considerare le relazioni industriali come motore della propria propulsivit\u00e0 economica, come vettore della propria capacit\u00e0 competitiva nell&#8217;arena internazionale.<br \/>\nSi mescolarono poi due sindromi in qualche misura concorrenti. Da un lato, c&#8217;era la \u00absindrome del Lingotto\u00bb, che vedeva insieme la pi\u00f9 grande impresa italiana, il pi\u00f9 grande sindacato italiano e il pi\u00f9 grande partito dell&#8217;opposizione italiana in una logica antagonistica nei presupposti e alla fine collusiva e consociativa nelle applicazioni quotidiane di un modello di relazioni industriali. Questa visione, chiamata come dicevo \u00absindrome del Lingotto\u00bb, si affianca alla \u00absindrome di Palazzo Vidoni\u00bb, cio\u00e8 una degenerazione burocratica, centralistica e autoritaria che il fascismo volle promuovere in luogo della vocazione autenticamente sussidiaria di quel corporativismo che era stato l&#8217;anima della dottrina sociale della Chiesa e delle fondative riflessioni sull&#8217;economia sociale di mercato negli anni &#8217;30.<br \/>\nQuindi, questo condanna, attraverso la coazione, ad avere solo il contratto nazionale come punto di riferimento per le nostre piccole imprese, le quali si ritrovarono in un contesto nel quale, oltre il 50 per cento della catena del valore essendo valore del lavoro, esso fu affidato alla terziet\u00e0 lontana, distante, incomprensibile, inapplicabile del contratto nazionale, comprimendo energia competitiva, denegando opportunit\u00e0 e traiettorie di sviluppo.<br \/>\nL&#8217;altra sindrome \u00e8 quella che in qualche modo condusse la grande impresa italiana a trascurare l&#8217;investimento valorizzante sulla risorsa umana come tracciato per lo sviluppo competitivo, preferendo quasi una sorta di insistita linea di investimento sempre e soltanto sul processo, sul prodotto, sull&#8217;impianto, sulla macchina nella sua funzione elusiva della risorsa umana, di quel sistema integrato di intelligenza, esperienza e competenza che \u00e8 la risorsa umana che, culturalmente e antropologicamente connotata, genera prodotto.<br \/>\nA questo &#8211; va detto con molta lealt\u00e0 &#8211; ha dato un suo contributo anche un&#8217;applicazione per certi versi distorsiva dello Statuto dei lavoratori da parte della magistratura: magistratura italiana in qualche misura essa stessa permeata di spirito centralistico e burocratico, che ha sempre avuto una vera vocazione antisindacale nel nostro Paese. Un commentatore con simpatica acidit\u00e0 ebbe a dire che, se l&#8217;articolo 28 di quel medesimo Statuto dei lavoratori fosse stato applicabile alla magistratura, la magistratura stessa se ne sarebbe dovuta fare, di ordinanze contro se stessa, su quell&#8217;articolo!<br \/>\nNoi tutti abbiamo memoria di un approccio dilatatamente intrusivo rispetto all&#8217;autonomia delle parti sociali e alla libera determinazione dei contenuti contrattuali da esse praticate. La magistratura port\u00f2 sempre con s\u00e9 l&#8217;idea di considerare lo Statuto quasi uno strumento per cancellare ogni possibilit\u00e0 di ricomposizione, di riconciliazione comunitaria nell&#8217;unit\u00e0 organica dell&#8217;impresa. Ci fu sempre l&#8217;idea di considerare lo strumento Statuto dei lavoratori per alterare la naturale e fisiologica dialettica delle parti intranea all&#8217;impresa.<br \/>\n\u00c8 nella stessa temperie, d&#8217;altro canto &#8211; \u00e8 stato ricordato in alcuni interventi &#8211; anche la trascuratezza, la sciatteria verso gli articoli 39, 40 e 46 della Costituzione, partecipazione e sussidiariet\u00e0: cio\u00e8 esattamente il contrario di quella che divenne in qualche modo, attraverso un percorso di eterogenesi dei fini, la condanna nella quale lo Statuto dei lavoratori si trov\u00f2 ad essere imprigionato, proprio nel momento in cui, invece, completamente diverso era lo spirito informatore di coloro i quali lo avevano voluto.<br \/>\nNon a caso, un&#8217;altra inadeguatezza, in qualche modo, nella fase applicativa si ebbe a verificare quando lo Statuto dei lavoratori fin\u00ec per diventare lo strumento di una grande paraclasi, di una grande faglia sociale; quando cio\u00e8 da una parte ci sono gli <em>insider<\/em>, i garantiti, i protetti dalla munitissima cittadella dei diritti, e dall&#8217;altra i giovani, le donne, i <em>dropout <\/em>condannati, invece, all&#8217;opacit\u00e0 del sommerso. Credo che questa sia stata un&#8217;altra delle non volute condizioni a cui un&#8217;interpretazione male accorta dello Statuto ha portato, rispetto alle quali bisogna intervenire.<br \/>\nQuindi, l&#8217;appello che in qualche misura rivolgo al ministro Sacconi e, attraverso lui, al Governo \u00e8 di intervenire prontamente per recuperare quella traiettoria di modernizzazione alimentata dalla tradizione che abbiamo individuato essere come il momento culturalmente propulsivo di un diritto del lavoro che sappia farsi accompagnatore vivace di una complessiva rinascenza dell&#8217;industria italiana, in due direzioni: la prima, secondo la profonda intuizione di Marco Biagi, cio\u00e8 trasformando lo Statuto dei lavoratori in Statuto dei lavori. Il Ministro sa bene come questo lascito di Marco, contenuto nell&#8217;ultimo file al quale aveva lavorato la notte prima di essere assassinato e teneramente intitolato al nome della moglie Marina, sia la piattaforma dalla quale partire per realizzare quest&#8217;operazione, in cui si abbassano le mura della tutela di coloro i quali sono protetti dalla cittadella, ma si estende sino agli estremi confini del mondo in cui operano i protagonisti del lavoro e dell&#8217;impresa l&#8217;area di intervento, di agibilit\u00e0, di praticabilit\u00e0 e di effettivit\u00e0 delle tutele. Un trade off virtuoso, fatto magari di tutele leggermente pi\u00f9 basse, ma infinitamente pi\u00f9 estese, come capacit\u00e0 di presidio.<br \/>\nConcludo con un altro appello: diciamo s\u00ec ad uno Statuto dei lavori, ma anche ad uno Statuto dei lavori che recuperi la centralit\u00e0 della contrattazione. Ecco, se il diritto del lavoro italiano \u00e8 stato sempre segnato dall&#8217;affidamento della trazione alla legge, oggi \u00e8 tempo che al contratto sia riconosciuto questo ruolo di trazione. Si deve passare cio\u00e8 da un modello &#8220;push&#8221;, in cui la legge sostiene e invece spesso zavorra il crescere della societ\u00e0 civile e delle dinamiche competitive, ad un modello &#8220;pull&#8221;, nel quale invece \u00e8 il contratto, \u00e8 la rete delle determinazioni contrattuali delle parti nel concreto quotidiano della vita delle imprese che deve trascinare, attraverso le sue pratiche migliori, un generale sviluppo del Paese.<br \/>\nQuesto, signor Ministro, credo sia il modo migliore per celebrare lo Statuto dei lavoratori. So che lei nel pomeriggio intitoler\u00e0 a Giacomo Brodolini e a Carlo Donat- Cattin alcune aule del suo Ministero che altre aule ha gi\u00e0 intitolato a quel Massimo D&#8217;Antona, riformista vero, di cui ricorre oggi l&#8217;11\u00ba anniversario dell&#8217;assassinio, e a Marco Biagi. Ecco, credo che in questo collegamento non banale, ma vero, autentico, commosso, alla storia di tutti coloro i quali hanno fatto della battaglia per la modernizzazione stia il modo pi\u00f9 vero per riconoscere la tradizione di civilt\u00e0 del nostro Paese: credo, signor Ministro, che in questo stia davvero il modo migliore, il modo dell&#8217;unit\u00e0, della verit\u00e0 e del progresso. <em>(Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Negri).<\/em>\u00a0<\/p>\n<p>PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il ministro Sacconi. Ne ha facolt\u00e0.\u00a0<\/p>\n<p class=\"testoJustify\">SACCONI, <em>ministro del lavoro e delle politiche sociali.<\/em> Signora Presidente, ringrazio tutti i colleghi intervenuti, soprattutto quelli di loro che hanno avuto la pazienza di ascoltarsi reciprocamente e, a questo punto, anche di ascoltare il rappresentante del Governo in un confronto che non \u00e8 stato dedicato soltanto a celebrare &#8211; com&#8217;\u00e8 doveroso &#8211; lo Statuto dei diritti dei lavoratori, ovvero uno degli atti fondamentali del processo legislativo, e non solo, del nostro Paese. Il dibattito, infatti, \u00e8 stato dedicato anche &#8211; come \u00e8 giusto che sia &#8211; al futuro e alla verifica circa l&#8217;attualit\u00e0 di quello Statuto e all&#8217;esigenza di eventuali integrazioni e correzioni, in modo che esso viva anche nella realt\u00e0 che cos\u00ec straordinariamente cambia.<br \/>\n\u00c8 peraltro il giorno nel quale, come ha ricordato ora il senatore Castro, ricordiamo anche Massimo D&#8217;Antona ad 11 anni dalla sua scomparsa, dalla sua proditoria uccisione. Anche quest&#8217;ultimo ricordo, e l&#8217;omaggio che rendiamo a Massimo D&#8217;Antona, dovrebbero indurre a riflettere circa i modi con i quali ci si deve confrontare sui temi del lavoro, cosicch\u00e9 prevalga il reciproco ascolto e la disponibilit\u00e0 ad individuare punti di incontro.<br \/>\nNon v&#8217;\u00e8 dubbio infatti, come hanno osservato molti, che sarebbe molto auspicabile procedere ad ulteriori riforme in modo quanto pi\u00f9 condiviso, perch\u00e9 le regole del lavoro appartengono in fondo alla Costituzione materiale del nostro Paese, che ovviamente si evolve e dovrebbe evolversi in termini largamente condivisi. Questo \u00e8 stato anche il senso del modo con cui abbiamo prodotto il Libro bianco attraverso la pubblica consultazione, proprio nella convinzione che il futuro del modello sociale, che include la regolazione dei rapporti di lavoro, e lo sviluppo delle relazioni industriali che ne dovrebbe derivare costituiscano parte del nostro patto sociale.<br \/>\nOsservo la necessit\u00e0 di un dibattito sereno, perch\u00e9 anche allora non ci fu soltanto un dissenso: se leggo la dichiarazione di voto dell&#8217;onorevole Giuseppe Sacchi, del Partito Comunista, non posso non fare una riflessione rispetto ad un atto poi cos\u00ec largamente condiviso. Anche allora, un legittimo dissenso, che va collocato nel contesto di quel tempo, ma si sottolinea tale dissenso con un linguaggio &#8211; e, a parte il linguaggio, con contenuti &#8211; di radicale contrapposizione.<br \/>\nDisse l&#8217;onorevole Sacchi: \u00abSe la maggioranza di questo Parlamento vorr\u00e0 assumersi la responsabilit\u00e0 di approvare una legge che autorizza i padroni a continuare a calpestare la Costituzione nei luoghi di lavoro, ebbene di questo atto giudicheranno i lavoratori e non sar\u00e0 certo un giudizio positivo per la maggioranza, ma una severa condanna\u00bb.<br \/>\nOggi, per il solo fatto che io abbia ipotizzato l&#8217;evoluzione dello Statuto dei lavoratori verso lo Statuto dei lavori, un ex parlamentare della sinistra dice: \u00abSacconi vuole i lavoratori schiavi\u00bb. Come un attuale presidente di Regione, non molto tempo fa, ha detto: \u00abL&#8217;arbitrato \u00e8 una pistola puntata alla testa dei lavoratori\u00bb.<br \/>\nCredo che si insista non solo in un linguaggio, ma anche nell&#8217;esasperazione delle divergenze in questi termini e che, in un Paese che non ha del tutto risolto le ragioni che hanno condotto alla frequente presenza di deviazioni di carattere violento, non ci si possa poi stupire se qualcuno auspica che questo Ministro e le forze sociali che concordano con queste tesi &#8211; cosa che dovrebbe far riflettere quantomeno circa l&#8217;opinabile obiettivo che quelle proposte si prefiggono &#8211; vengano fermati violentemente, e se poi, magari, qualcuno pensa anche di farlo.<br \/>\nPer questo, invito innanzitutto ad un confronto sereno. Esso \u00e8 stato molto auspicato in un dibattito fuori dalle Aule parlamentari, che si \u00e8 gi\u00e0 consistentemente svolto; tuttavia, nel momento in cui c&#8217;\u00e8 l&#8217;occasione di svolgere un dibattito in sede parlamentare noto molte assenze, magari proprio di molti di coloro che rivendicavano un dibattito doveroso in questa sede.\u00a0<\/p>\n<p>ROILO <em>(PD)<\/em>. Guardi dalla sua parte!\u00a0<\/p>\n<p>SACCONI, ministro del lavoro e delle politiche sociali. Mi perdoni, lei potr\u00e0 capire che da questa parte normalmente consentono con quello che il Governo propone.<\/p>\n<p>\u00a0ADAMO <em>(PD)<\/em>. Credevo volesse dire che non gliene importa niente dei lavoratori!<\/p>\n<p>\u00a0SACCONI, <em>ministro del lavoro e delle politiche sociali<\/em>. Normalmente consentono. In ogni modo, non \u00e8 mia intenzione aggiungere polemica a polemica.<br \/>\nVorrei soltanto citare le parole di Giorgio Benvenuto per ricordare il tempo nel quale lo Statuto \u00e8 stato prodotto. Tra le tante cose che ho letto in questi giorni a proposito dello Statuto, Giorgio Benvenuto, non molto tempo fa, ne ha celebrato il ricordo con una riflessione che mi \u00e8 particolarmente piaciuta. Di quel tempo egli ricorda in particolare quanto fosse necessario lo Statuto per porre fine alle terribili discriminazioni che, impedendo l&#8217;esercizio delle libert\u00e0 sindacali nei posti di lavoro, tenevano i lavoratori in uno stato di soggezione e di assoluta subordinazione nei confronti degli imprenditori, e usa a simbolo di queste discriminazioni le schedature, cos\u00ec ricorrenti in quel tempo. Ce ne sono alcune, che egli rammenta, particolarmente significative: c&#8217;\u00e8 un terribile lavoratore definito \u00abdi tendenza leniniana\u00bb, che nel 1968 ritenne orientato verso il PSU (Partito Socialista Unificato), gi\u00e0 PSI; era l&#8217;anno in cui io mi iscrivevo a quel partito, e ne ho un ottimo ricordo. Ma successivamente, proprio per ricordare quel tempo, Giorgio Benvenuto ancora cita Gino Giugni, testimone di un colloquio con Brodolini, poco prima della sua scomparsa, e Brodolini gli raccomanda di seguire attentamente il dibattito in Parlamento con queste parole: \u00abIo non voglio che lo Statuto dei lavoratori diventi lo Statuto dei lavativi\u00bb. Anche questo \u00e8 riformismo, cio\u00e8 la chiave di lettura dello Statuto dei lavoratori. Carlo Donat-Cattin &#8211; che continua a seguire, dopo la morte di Brodolini, l&#8217;iter parlamentare e la prima implementazione dello Statuto, come ricorda Giorgio Benvenuto &#8211; aggiunge: \u00abNon hanno capito che in fabbrica ci si va anche per lavorare e bisognerebbe cercare di mettere qualcosa nella legge che orientasse in questo senso\u00bb.<br \/>\nQuesti ricordi sono molto indicativi del clima riformista che sostiene lo Statuto dei lavoratori, che non viene compreso altrettanto bene da componenti che non solo non lo votano ma, come dicevo, radicalmente lo contestano (e non riporto citazioni, che ho qui a portata di mano, dalla rivista giuridica vicina alla CGIL). Tutto questo lo ripeto non per riaprire antiche divergenze, ma per sollecitare un modo molto pi\u00f9 paziente di ascoltarci reciprocamente e molto pi\u00f9 costruttivo di confrontare le nostre reciproche posizioni.<br \/>\nServe aggiustare lo Statuto dei lavoratori? Serve aggiustare quell&#8217;impianto? Sempre Giorgio Benvenuto lo afferma in un modo che mi convince molto. Dice: \u00abNel modo di parlare si \u00e8 abituati ad affermare: &#8220;Bisogna difendere i lavoratori&#8221;. Si usa e si abusa, per tutte le scelte di politica sindacale, del termine &#8220;difendere&#8221;. Penso che cos\u00ec facendo si finisca per rimanere immobili, si diventi anzi conservatori. Oggi difendere non \u00e8 pi\u00f9 sufficiente: dobbiamo valorizzare il lavoro, la professionalit\u00e0, il merito, l&#8217;impegno\u00bb. Ho citato Giorgio perch\u00e9 \u00e8 stato per tanto tempo segretario dell&#8217;organizzazione sindacale che pi\u00f9 ader\u00ec alla UIL.<br \/>\nHa ragione Pietro Ichino quando ricorda che la CISL era solita dire: \u00abIl contratto \u00e8 il mio Statuto\u00bb e che in qualche modo, pur preveggente, quel ragionamento non era tuttavia consono a quel tempo, nel quale esistevano diffusamente quelle discriminazioni che emblematicamente si traducevano anche nelle schedature. Ma proprio il segretario della UIL, nonch\u00e9, poi, parlamentare della sinistra, dice anche: \u00abDobbiamo cambiare, e adottare modi con i quali non soltanto affidarci a diritti fondamentali e inderogabili di legge sanzionabili, ma dobbiamo individuare anche una dimensione promozionale dei diritti e ancor pi\u00f9 delle tutele che li sostengano e li rendano effettivi nella realt\u00e0 che cambia\u00bb.<br \/>\nPensiamo ai diritti fondamentali nel lavoro. Credo che possiamo, insieme, riconoscerli oggi nel diritto alla salute e alla sicurezza nel lavoro, nel diritto alla giusta remunerazione del lavoro, nel diritto alla occupabilit\u00e0, cio\u00e8 ad essere posti continuamente nella condizione di essere occupabili. Se noi guardiamo alla norma inderogabile di legge, troviamo alcune opportune disposizioni che vanno probabilmente mantenute, altre che possono essere modulate quando sono tutele che possono esserlo, che sono gi\u00e0 modulate nello Statuto dei lavoratori, ma vediamo come tutto ci\u00f2 che \u00e8 sanzionabile \u00e8 molto insufficiente a rendere effettivi questi diritti, perch\u00e9 pur avendo un impianto normativo cos\u00ec pesante, questi diritti che ho citato non sono cos\u00ec effettivi come tutti insieme credo vorremmo.<br \/>\nPer quanto riguarda la salute e la sicurezza nel lavoro, certo, abbiamo definito molti adempimenti che sono sostenuti da adeguate sanzioni, ma avvertiamo il bisogno di aggiungere molta attivit\u00e0 promozionale in termini di formazione, informazione e prevenzione.<br \/>\nPer quanto riguarda la giusta remunerazione, non ci accontentiamo di ci\u00f2 che \u00e8 sanzionabile, cio\u00e8 del salario definito dal contratto collettivo al quale la giurisprudenza riconosce un&#8217;efficacia erga omnes, ma vogliamo qualcosa di pi\u00f9 per il lavoratore: vogliamo che si definisca una parte del salario che sia collegata ai risultati dell&#8217;impresa e, se possibile, ai suoi utili. Mi pare che la senatrice Poli Bortone abbia sottolineato molto questa esigenza, che evidentemente incorpora anche un elemento fortemente partecipativo del lavoratore al rischio di impresa, non solo per i profili negativi, ma anche per quelli positivi.<br \/>\nSe guardiamo al diritto all&#8217;occupabilit\u00e0, e pensiamo all&#8217;articolo 18, sappiamo quanto esso non difenda per nulla un posto di lavoro quando questo si consuma, e come solo l&#8217;investimento nelle conoscenze, l&#8217;accesso alla conoscenza, alla competenza, e la possibilit\u00e0 continua ed effettiva di migliorare le proprie conoscenze e competenze definiscano una continuit\u00e0 nel rapporto di lavoro e possa addirittura rovesciare il rapporto di forza fra lavoratore e datore di lavoro, quando il datore di lavoro \u00e8 indotto non solo a dare un contratto a tempo indeterminato, ma a cercare di fidelizzare quel lavoratore cos\u00ec professionalizzato che appare nel mercato del lavoro pi\u00f9 libero dello stesso datore di lavoro nel cercare un&#8217;altra soluzione a lui pi\u00f9 consona. Sono casi rari, ovviamente in questo contesto, ma insisto su quanto si riveli necessario lo strumento dell&#8217;investimento nelle conoscenze e nelle competenze.<br \/>\nEbbene, lo Statuto dei lavori \u00e8 un modo per far vivere lo Statuto dei diritti dei lavoratori: non \u00e8 un modo per cambiarlo e sostituirlo, bens\u00ec per renderlo pi\u00f9 vivo e vitale. Infatti, lo Statuto dei lavori &#8211; come disse proponendolo per la prima volta Marco Biagi, in un articolo scritto nel momento in cui era consulente del ministro Tiziano Treu &#8211; guarda anche ai lavori che formalmente e funzionalmente definiamo indipendenti, ma che socio-economicamente individuiamo come molto dipendenti. A questi lavori abbiamo gi\u00e0 dedicato alcune disposizioni proprio con la legge Biagi: penso alle tutele della maternit\u00e0 o alla norma relativa alla giusta remunerazione del collaboratore a progetto, spesso ancora troppo ineffettiva. Basti vedere le differenze di remunerazione per uno stesso collaboratore, magari anche correttamente tale perch\u00e9 opera in outbound in un call center, ma che per la stessa prestazione viene retribuito in modo cos\u00ec diverso e talora cos\u00ec misero, a mio avviso contravvenendosi a quella che \u00e8 gi\u00e0 una norma di legge.<br \/>\nQuelle stesse protezioni possono essere ulteriormente codificate ed estese, cos\u00ec come lo Statuto pu\u00f2 porsi piuttosto il problema di individuare nel suo seno una parte di norme inderogabili di legge che attengono a diritti fondamentali che non possono non essere generalizzati. A questa dovrebbe aggiungersi una parte inerente alle tutele che possono essere ritenute derogabili dalla contrattazione, cio\u00e8 dalle capacit\u00e0 degli attori sociali, che nel frattempo non solo si sono visti riconosciuti quei diritti basici grazie allo Statuto dei lavoratori, ma hanno sviluppato la propria capacit\u00e0 e articolato la propria organizzazione. In questo modo, nei territori, nei singoli settori e aziende le parti sociali possono incontrarsi virtuosamente, adattarsi reciprocamente e, molto pi\u00f9 effettivamente ed efficacemente, rendere attuali e praticate quelle tutele che rendono effettivi i diritti fondamentali a cui mi riferivo.<br \/>\nQuesta sussidiariet\u00e0 verso gli attori sociali \u00e8 essenzialmente il contenuto del passaggio che questo Governo vorr\u00e0 proporre: il passaggio a quel maggior riconoscimento del ruolo della contrattazione collettiva nella sua pi\u00f9 forte articolazione e nei tanti dualismi che caratterizzano il nostro mercato del lavoro e che si sono fortemente sviluppati dal tempo nel quale l&#8217;assetto della produzione, l&#8217;organizzazione del mercato del lavoro e le persone in esso attive avevano caratteristiche molto pi\u00f9 standardizzate. Oggi, invece, i dualismi sono numerosi, a partire da quello territoriale, che purtroppo si \u00e8 confermato.<br \/>\nE come non pensare a un diritto del lavoro, a una regolazione del lavoro, a un sistema di relazioni industriali che aiutino soprattutto la crescita, in un tempo nel quale questa sar\u00e0 resa difficile dalle condizioni di Paesi (quelli europei, dell&#8217;Europa mediterranea in modo particolare), ove si combinano alto debito pubblico e declino demografico? Tali caratteristiche, invece, si trovano in modo opposto nei Paesi oggi pi\u00f9 vitali, che chiamiamo emergenti ma che, in realt\u00e0, sono gi\u00e0 emersi e che nella ripresa stanno crescendo con un ritmo straordinariamente superiore alla vecchia Europa.<br \/>\nMa come realizzare crescita, e crescita con occupazione? E come organizzare distribuzione equa della ricchezza, una volta che questa si produce attraverso posti di lavoro e salari collegati &#8211; come dicevo &#8211; quanto pi\u00f9 ai risultati e agli utili stessi dell&#8217;impresa? Queste sono le sfide che abbiamo di fronte, rispetto alle quali le ricette sono tutt&#8217;altro che semplici, ma per le quali occorre disponibilit\u00e0 al confronto reciproco, all&#8217;ascolto reciproco e disponibilit\u00e0 di tutte le parti sociali a mettersi in discussione e a trovare punti d&#8217;incontro.<br \/>\nQuando si realizzano accordi, come quello, che io ho apprezzato, di Banca Intesa con le organizzazioni sindacali per assumere 1.000 giovani a tempo indeterminato nel Mezzogiorno sulla base di un salario di ingresso per un determinato periodo di tempo; quando si realizzasse, come io spero, un accordo a Pomigliano d&#8217;Arco per attrarre la produzione della Panda, che il gruppo FIAT ha proposto di localizzare in quella sede, anche rispetto ad altri stabilimenti all&#8217;esterno del nostro Paese; quando le parti dovessero realizzare un punto d&#8217;incontro e un&#8217;adattabilit\u00e0 reciproca, circa tempi e metodi di lavoro e circa l&#8217;orario di lavoro, fra le esigenze di competitivit\u00e0, da una parte, e le esigenze di qualit\u00e0 del lavoro e di qualit\u00e0 della vita che il sindacato rappresenta, dall&#8217;altra; quando noi dovessimo via via veder sviluppare questa capacit\u00e0 in sussidiariet\u00e0 delle parti di organizzare enti bilaterali per dare valore al lavoro, come strumenti continui, flessibili e adattabili per dare valore al lavoro; allora, noi assisteremmo a idee in movimento, e non soltanto alla statica strumentazione difensiva, a quella difesa che Giorgio Benvenuto invita a superare con cos\u00ec intensa attivit\u00e0 delle istituzioni e delle parti sociali.<br \/>\nIo ho proposto che nel Mezzogiorno, in agricoltura ma anche nel turismo, cio\u00e8 in ambiti produttivi caratterizzati da forte disseminazione dei lavori, si adottino le buone pratiche che in edilizia le parti sociali hanno saputo produrre, diffondendo la bilateralit\u00e0 e organizzandola sistematicamente su base provinciale per sostituire i caporali con intermediari legittimi, trasparenti, rappresentativi, come possono essere i soggetti della rappresentativit\u00e0.<br \/>\nQuesto \u00e8 lo spirito con cui affrontare il percorso di fronte a noi. Nei prossimi giorni il Governo presenter\u00e0 un piano triennale per il lavoro, cui seguir\u00e0 il disegno di legge delega circa lo Statuto dei lavori. Il Governo presenter\u00e0 questi atti sulla base di una fase di dialogo sociale e di trasparente dibattito parlamentare, perch\u00e9 poi, alla fine, toccher\u00e0 anche al Parlamento, ovviamente, esprimere le proprie opinioni e il proprio voto su quelle e su altre proposte che sono state presentate, io mi auguro nella direzione di un bene comune che non pu\u00f2 non essere ritenuto largamente condiviso. (<em>Applausi dal Gruppo PdL. Congratulazioni).<\/em><\/p>\n<p><em><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00a0GLI INTERVENTI DI PAOLO NEROZZI, TIZIANO TREU, PIETRO ICHINO PER IL PD E DI\u00a0MAURIZIO CASTRO E DEL MINISTRO DEL LAVORO\u00a0MAURIZIO SACCONI PER LA MAGGIORANZA Testo tratto dal resoconto stenografico della seduta antimeridiana del Senato del 20 maggio 2010<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[25,9],"tags":[],"class_list":["post-8507","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-interventi","category-21-lavoro"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/8507","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=8507"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/8507\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=8507"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=8507"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.pietroichino.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=8507"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}