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CHE COSA DETERMINERÀ LA MIA SCELTA IL 22 MARZO

Maggioranza e Associazione Nazionale Magistrati hanno fatto molto per trasformare questo referendum in una sorta di plebiscito tra sostenitori del Governo e sostenitori della Magistratura; ma è possibile, e quindi doveroso, sottrarsi a questa “scelta tragica”

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Intervento pubblicato sul sito dell’Associazione LibertàEguale il 3 febbraio 2026 – In argomento v. anche la scheda sulle ragioni del mio voto al referendum sulla stessa materia del 2022 [1] e l’intervista ad Augusto Barbera [2] recentemente pubblicata dal
Corriere della Sera  (lo stesso ex-Presidente della Corte costituzionale ha rilasciato interviste di contenuto analogo anche ad altri quotidiani, come la Stampa e il Dubbio

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Giuliano Vassalli

Se la mia scelta referendaria dovesse essere determinata soltanto dall’approvazione o disapprovazione del contenuto della riforma, il discorso sarebbe molto semplice: basterebbe richiamare le ragioni del mio voto al referendum del 2022 [1] sul quesito relativo alla separazione della carriere requirente e giudicante. La separazione stessa – attuata solo in parte dalla riforma Cartabia del 2022 – è il logico e naturale completamento della riforma del Codice di Procedura Penale tenuta a battesimo nel 1988 dal ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, socialista, insigne giurista ed ex-partigiano; e l’Italia è oggi, con la Francia, il solo Paese dell’Europa liberal-democratica nel quale la magistratura requirente appartenga allo stesso ordine cui appartiene la magistratura giudicante; ciononostante, in Francia la funzione del pubblico ministero è controllata dal Governo. L’autonomia dei magistrati non dipende dunque dall’unicità o separazione delle carriere requirente e giudicante.

 

Augusto Barbera

Sul merito dell’ordinamento oggi  vigente e della riforma, per brevità richiamo, per brevità, quanto hanno scritto ultimamente i costituzionalisti Augusto Barbera, ex-presidente della Consulta [2], ex-parlamentare del PCI, poi del PDS, e Carlo Fusaro [3]. Alle loro considerazioni, che condivido pienamente, aggiungo soltanto che non vedo niente di male – al contrario, vedo alcuni rilevanti aspetti di opportunità – nel fatto che una parte dei membri dei due Consigli Superiori e dell’Alta Corte disciplinare sia scelta tra i magistrati mediante un sorteggio e non mediante elezione da parte dei magistrati stessi: a differenza dei Consigli degli Ordini professionali, questi organi collegiali non devono svolgere alcun compito di “rappresentanza” delle due magistrature, bensì soltanto, rispettivamente, compiere scelte organizzative ed esercitare il potere disciplinare: funzioni per le quali il sorteggio tra persone che hanno tutte superato il filtro di un concorso altamente selettivo può davvero essere la forma di selezione migliore.

Del resto, nel nostro ordinamento giudiziario è del tutto casuale l’individuazione dei giudici o dei pubblici ministeri impegnati in giudizi all’esito dei quali può essere chiesto e irrogato un ergastolo; i fautori del “No” al referendum dovrebbero spiegare perché considerino inconcepibile che sia sorteggiata tra i magistrati una parte dei membri dell’Alta Corte, cui competerà di giudicare soltanto sugli illeciti disciplinari dei loro colleghi.

Carlo Fusaro

Osservo semmai che questa legge – nell’ipotesi che superi il vaglio referendario – non porterà con sé alcun rimedio contro il difetto più grave dell’Amministrazione giudiziaria italiana, costituito dalla sua  dannosissima lentezza. Se Governo, maggioranza, opposizione e la stessa Associazione Nazionale Magistrati avessero dedicato al problema dell’efficienza degli uffici giudiziari metà delle energie che stanno dedicando a sostenere od ostacolare questo provvedimento, probabilmente la nostra Giustizia oggi sarebbe più efficiente.

Detto questo sul merito della legge che approveremo o bocceremo il 22 marzo prossimo, il problema è che la scelta di voto non può non tenere conto anche di alcuni altri dati – per così dire – di contesto. Contesto lato sensu politico, intendo. Da un lato, il Governo esprime apertamente la propria insofferenza nei confronti degli interventi della Magistratura che gli mettono i bastoni tra le ruote; e indica come pregio di questa riforma una sua pretesa idoneità a impedire questi interventi, anche se nel testo approvato dal Parlamento non si trova traccia di alcuna norma che possa avere un effetto di questo genere. Dal lato opposto il solo argomento addotto dagli oppositori della riforma è costituito proprio da questo intendimento espresso dal Governo; ma neppure essi spendono mezza parola per spiegare perché e come l’asservimento della magistratura sarebbe favorito dalle nuove norme. Al contrario, la nuova formulazione dell’articolo 104 della Costituzione recata dalla riforma non soltanto non indebolisce, ma semmai rafforza l’indipendenza del Pubblico Ministero rispetto a ogni altro potere, poiché contiene una menzione esplicita dell’autonomia di questo organo giudiziario.

Il contesto in cui la campagna referendaria si svolge vede dunque le due parti contrapposte paradossalmente accomunate da una lettura simile della legge, che però è in entrambi i casi fuorviante, lontanissima dal suo contenuto effettivo. Questo potrebbe ampiamente giustificare la scelta dell’elettore di astenersi dal voto o di annullare la scheda per manifestare la propria protesta contro questa falsificazione bi-partisan dell’oggetto della consultazione referendaria.

Va anche detto che questa riforma costituzionale è stata proposta in Parlamento dalla maggioranza che sostiene il Governo senza aprire il benché minimo spiraglio per una collaborazione o anche soltanto una discussione con l’opposizione: il che, trattandosi di una riforma costituzionale, non può non considerarsi come una anomalia, anche perché ha un effetto inevitabile di politicizzazione del referendum, il quale tende così a trasformarsi in una scelta “pro o contro il Governo”. L’opposizione, dal canto suo, in prevalenza auspicando un referendum fortemente politicizzato, si è ben guardata dall’offrire alla maggioranza una convergenza nel voto sulla legge in cambio di un possibile miglioramento di alcune sue parti.

Per altro verso, sul fronte degli oppositori di questa riforma si è assistito a una anomalia se possibile ancor più grave: l’Associazione Nazionale Magistrati ha preso posizione in modo netto contro la nuova legge, giungendo a presentarsi nell’arena elettorale come principale sostenitrice attiva del “No”, collocando la sede del proprio “Comitato per il NO” presso la sede della Corte di Cassazione e incoraggiando i propri associati a utilizzare gli uffici giudiziari periferici per la campagna referendaria. Questa discesa in campo dell’A.N.M. da protagonista della contesa referendaria tende a trasformare il referendum stesso in una sorta di plebiscito “pro o contro i giudici”: un’aberrazione che l’organismo rappresentativo dei magistrati avrebbe dovuto evitare a ogni costo. Cosa assai diversa sarebbe stata se sul merito del referendum si fossero pronunciate le varie correnti della Magistratura; ma non l’A.N.M.

Carlo Nordio

A completare il quadro intervengono poi da una parte il ministro Carlo Nordio, che nel suo ultimo libro (Una nuova giustizia, 2026, p. 123) invita l’opposizione di sinistra, in vista di un suo ritorno al Governo, a considerare i vantaggi di “una maggiore libertà d’azione domani” (in linea con la lettura – del tutto infondata –  della riforma come riduttiva dell’autonomia dei giudici); dalla parte opposta il leader della Cgil Maurizio Landini, che qualifica con il termine “coglioni” gli italiani che ciononostante coltivassero l’intenzione di votare “Sì”. Un caso curioso di campagna referendaria nella quale gli esponenti di punta di ciascuno schieramento appaiono mobilitati per aumentare i consensi allo schieramento opposto.

Confesso che nei mesi scorsi tutti questi dati di contesto mi hanno indotto a coltivare sul serio l’opzione per una qualche forma di non scelta tra il “Sì” e il “No”: astensione o voto nullo. Anche per la preoccupazione che il prevalere del “No” possa essere letto come un avallo alla gravissima sgrammaticatura istituzionale della discesa in campo dell’A.N.M., alla prospettiva tragica della nascita di un “partito dei magistrati”; e che il prevalere del “Sì” possa essere letto come approvazione della linea generale del Governo attuale, del quale invece disapprovo profondamente il disimpegno dal processo di integrazione europea, la timidezza di fronte alle enormità delle azioni e delle prese di posizione dell’Amministrazione Trump, ultimamente anche l’ambiguità nell’appoggio all’Ucraina contro la feroce aggressione putiniana. L’opzione per il non voto, inoltre, eviterebbe il rischio che il mio “Sì” possa essere letto come “contro la Magistratura”, cosa lontanissima dal mio intendimento e per me inaccettabile, per la grande stima che nutro per moltissimi magistrati, per il contributo di rettitudine e coraggio che essi hanno dato alla costruzione della nostra democrazia, in alcuni casi anche a costo del proprio sangue.

Giovanna Ichino

L’opzione del non voto o del voto nullo costituirebbe da parte mia anche un omaggio a mia sorella Giovanna, magistrata che ha ricoperto a lungo e in modo impeccabile – per riconoscimento unanime di colleghi e avvocati di ogni parte – sia il ruolo di pubblico ministero, sia quello di giudice penale. Con mia sorella ho più volte discusso approfonditamente la questione ora oggetto di questo referendum, fino a poco prima della sua morte avvenuta per una grave malattia un anno fa. Lei avrebbe votato “No”. Anche lei però disapprovava recisamente l’impegno in prima linea dell’A.N.M. a sostegno di quella scelta, proprio per il rischio che il referendum si trasformasse in un tragico confronto politico tra sostenitori del Governo e sostenitori della Magistratura.

Pina Picierno

Ciò che forse mi indurrà, nonostante tutto e senza alcun entusiasmo, a votare  “Sì” – dimenticando le gravi scorrettezze istituzionali di cui ho detto sopra, non lasciandomi condizionare dalle preoccupazioni di schieramento nei confronti del Governo Meloni e valutando rigorosamente soltanto il merito del contenuto della legge sulla quale siamo chiamati a esprimere un giudizio complessivo – è la considerazione che sono schierati per questa scelta anche diversi segmenti dell’opposizione di centro-sinistra (+Europa, Azione, una parte consistente dell’ala “migliorista” del PD – rappresentata tra gli altri da Graziano Del Rio, Pina Picierno, Stefano Ceccanti –, l’associazione LibertàEguale presieduta da Enrico Morando, di cui faccio parte, e probabilmente alla fine anche Italia Viva). Col che si può e deve serenamente escludere che l’eventuale vittoria del “Sì” possa essere letta come il prevalere nell’elettorato italiano di una scelta a favore del Governo Meloni: l’eventuale esito del referendum favorevole alla nuova legge non costituirebbe in alcun modo un preannuncio di vittoria del centro-destra nelle ormai prossime elezioni politiche, proprio perché per il “Sì” è schierata anche una parte consistente dell’attuale opposizione.

Una cosa, comunque, è certa: dal giorno successivo al referendum occorrerà ricominciare a focalizzare l’attenzione sulle questioni più gravi riguardanti l’efficienza della nostra amministrazione giudiziaria, che questa riforma lascia irrisolte.

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