È mancato, a 93 anni, il politico laureato a Mosca che ha attuato l’emancipazione finanziaria del P.C.I. dall'”oro di Mosca” e ha guidato il partito a Milano nel quindicennio in cui si è consolidata la sua svolta europeista
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Intervento svolto da Enrico Morando, presidente di LibertàEguale, nell’Auditorium dell’Orchestra Giuseppe Verdi, nel giorno dell’addio al suo fondatore – Dello stesso E.M. su questo sito può leggersi, oltre a diversi altri scritti e interventi, la relazione del 2023 su Lo “sviluppo equo” e la globalizzazione [1]
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Gianni Cervetto con Enrico Berlinguer nei primi anni ’80
Ciao Gianni,
sono certo che questo che stiamo per tributarti non è -e non sarà- l’ultimo saluto.
Perché il segno che hai impresso nelle nostre menti, nei nostri cuori e nella realtà della tua città e della comunità politica a cui hai dato tutto te stesso, è così profondo che un po’ di te tornerà in vita ogni volta che… Le occasioni saranno numerose, ma voglio cominciare dal tuo grande amore per la musica. Un po’ di te tornerà in vita ogni volta che la musica della Verdi tornerà a commuoverci… E noi torneremo a salutarti, memori del fatto che non ci sarebbe la Verdi se non ci fosse stato Cervetti.
Così come accadrà ogni volta che la tua Milano conquisterà un nuovo primato su quella che oggi chiamiamo la frontiera dell’innovazione. Milano e l’innovazione: non solo scientifica e tecnologica. Ma anche civile e politica. Per esaltare questa funzione, non hai esitato a ricorrere alla finzione letteraria, in un libretto scritto per i tuoi amici bibliofili: “Todos marxistas’“, nel quale hai scritto che nelle tre epoche in cui si può dividere la storia del recente passato -prefascismo, fascismo e post fascismo- sempre Milano ha saputo svolgere un ruolo di avanguardia nell’innovazione politica. E hai previsto che avrebbe continuato a farlo, nel nuovo contesto europeo e globalizzato. Giungendo al punto di ipotizzare che l’anonima prefazione del capitale di Marx che tu hai scritto nell’italiano ottocentesco, potesse ben essere stata scritta da Mario Correnti, uno dei capi delle Cinque Giornate. Così suggerendo al lettore- un po’ sul serio e un po’ per divertimento- che anche sull’innovazione di analisi della realtà economica e sociale operata da Marx ci fosse lo zampino di un lombardo… Per carità, precisando subito -da bibliofilo provetto- che le date delle pubblicazioni in oggetto non sembravano sorreggere questa ipotesi.

Enrico Morando
E non sarà – quello di oggi – l’ultimo saluto perché un po’ di te tornerà in vita ogni qualvolta un riformista -individualmente o insieme ad altri che la pensano come lui (cioè, come noi)- riuscirà ad affermare le sue ragioni nell’eterno confronto democratico con gli amici e i compagni della sinistra massimalista o antagonista che dir si voglia. È un confronto che tu ci hai insegnato a condurre con determinazione , con fiducia, e con la giusta dose di autoironia. Come facesti tu per primo quando eri ancora un ragazzo (lo hai raccontato compiaciuto in Compagno del secolo scorso), quella volta che il piano di lavoro della tua sezione venne tacciato dal vice responsabile organizzativo della federazione di Milano -il compagno Sacchi-, come “espressione di una tendenza e di una inclinazione socialdemocratica”. Un’inclinazione tanto apprezzabile (da noi, non certo dal compagno Sacchi), quanto precoce, se è vero che in quel momento avevi poco più o poco meno di venti anni… Ne traesti la lezione che ci hai trasmesso, cui noi cercheremo di restare fedeli: “non rinunciare alle proprie ragioni“. Al massimo, accantonarle momentaneamente, se proprio necessario.
Ecco perché il nostro saluto di oggi è un arrivederci: il nostro ricordo ti farà vivere ancora molto a lungo.
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