UN’INTESA NECESSARIA, IN CHIAVE COSTITUENTE

DOBBIAMO PENSARE CHE CI SIA UNA DECLINAZIONE DI SINISTRA E UNA DI DESTRA DELLA “RIFORMA EUROPEA DELL’ITALIA”, MA CHE TRA DI ESSE SIA POSSIBILE UN’ACCORDO POLITICO IN CHIAVE SOSTANZIALMENTE COSTITUENTE, INDISPENSABILE PER BATTERE QUELLI CHE PUNTANO A UN RITORNO ALLE POVERE PICCOLE SOVRANITÀ NAZIONALI

Testo integrale dell’intervista a cura di David Allegranti, pubblicata sul quotidiano Il Foglio il 18 aprile 2017 con alcuni piccoli tagli per ragioni di spazio – In argomento v. gli altri interventi e documenti raccolti nel portale Il nuovo spartiacque della politica mondiale    .
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Il fronte anti-sfascisti fra un Pd affrancato dai sovranisti di sinistra e una Forza Italia affrancata dai sovranisti di destra? Per il professor Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del Pd, è nelle cose e, se il sistema elettorale rimarrà sostanzialmente proporzionale, sarà reso imprescindibile dal risultato delle elezioni. “image1Altrimenti – spiega Ichino -, col vento che tira, non si vede come l’Italia possa riprendere il proprio cammino sulla via dell’integrazione europea, senza essere bloccata dalle forze politiche ‘sovraniste’. Sostengo da tempo che lo spartiacque fondamentale della politica italiana, come di tutti gli altri Paesi occidentali e di molti Paesi non occidentali, non è più quello fra destra e sinistra, ma quello fra pro-euro e no-euro. Che è poi la declinazione europea di quello pro-global/no-global, fondamentale nella politica americana e, a ben vedere, anche in quella asiatica e medio-orientale. Se non si riconosce questo dato, non ci si raccapezza in quel che è accaduto in Europa negli ultimi anni: dalla Grecia all’Austria, dalla Gran Bretagna alla Francia, la vecchia destra e la vecchia sinistra si  sono spaccate proprio su questo spartiacque; e i frammenti prodotti dalla spaccatura, a destra e a sinistra, si sono in qualche modo riuniti da una parte e dall’altra di quello spartiacque, accettando di allearsi nonostante la provenienza degli uni e degli altri da destra piuttosto che da sinistra. E negli U.S.A. si è assistito a una quasi perfetta sovrapposizione tra la ricetta di politica economica proposta in campagna elettorale da Donald Trump e quella proposta da Bernie Sanders”.

Questa ristrutturazione del sistema politico può avvenire anche in Italia?
In qualche misura questo è già avvenuto in Italia negli ultimi anni e sta avvenendo in questi giorni: sul tema della globalizzazione e dell’integrazione europea, in Parlamento come nella comunicazione mediatica, si sono sentiti discorsi sostanzialmente convergenti per un verso tra i Fratoianni e le Meloni, tra i Grillo e i Salvini, tra i Brunetta e i Fassina; per altro verso tra gli Zanda e i Romani, o tra i Fassino e i Parisi (Stefano o Arturo, su questo terreno non fa differenza): al di là delle sfumature, questi ultimi sono tutti inequivocamente schierati per quella che chiamerei la “riforma europea dell’Italia”.

Bersani e D'AlemaCome si collocano secondo lei, rispetto a questo spartiacque, Bersani e D’Alema?
Fino a poco tempo fa ero convinto che si collocassero entrambi sul versante pro-global e pro-euro; cioè che, al dunque, entrambi sarebbero stati pronti a sacrificare i totem e tabù della vecchia sinistra sull’altare dell’integrazione dell’Italia in una Unione Europea rafforzata e capace di esercitare davvero la propria sovranità. Poi, però, quando ho sentito Bersani tornare a parlare di un possibile accordo di governo con i Cinque Stelle, ho incominciato a dubitarne seriamente.

Secondo Lei quale potrebbe essere la base politica per avviare il dialogo necessario tra i partiti favorevoli a quella che lei chiama la “riforma europea dell’Italia”?
Qui c’è un problema grosso come una casa: né l’elettorato del Pd né la parte “centrista” di quello di FI hanno ancora messo bene a fuoco il passaggio dal Novecento al nuovo secolo; ancora oggi, né l’uno né l’altra sono disponibili a considerare secondaria la propria identità tradizionale “di sinistra” o “di destra” rispetto alla scelta di campo sul terreno della costruzione della nuova Unione Europea, come capitolo essenziale per un Paese che intende attrezzarsi per la sfida della globalizzazione. Il risultato è che, sia nell’un campo sia nell’altro, gli esponenti politici maggiori considerano “intempestivo” parlare ora, prima delle elezioni, di un terreno comune di impegno tra gli europeisti di centrosinistra e quelli di centrodestra. L’unico che sarebbe stato capace di farlo sarebbe stato il Renzi del 2014-2016; ma in questo momento, dopo il ko del referendum del 4 dicembre e con la preoccupazione di tagliare l’erba sotto i piedi ai Bersani e ai D’Alema, nemmeno Renzi ne è capace.

Giuliano Amato

Giuliano Amato

Lei condivide l’idea di Alessandro Maran, secondo cui il declino di Renzi è cominciato quando ha deciso di rompere con Berlusconi sull’elezione di Sergio Mattarella?
Con gli occhi del poi è difficile dissentire da quella valutazione. Se Renzi in quel momento avesse accettato di eleggere Giuliano Amato, avrebbe avuto, sì, un Presidente della Repubblica per lui più ingombrante, ma avrebbe evitato la frattura con Berlusconi, quindi non avrebbe dovuto negoziare i contenuti della riforma costituzionale con l’opposizione interna, non si sarebbe visto imputare di voler cambiare la Costituzione “a colpi di maggioranza”, e probabilmente avrebbe avuto il dieci per cento in più di voti favorevoli necessari perché la riforma superasse il referendum. Se le cose fossero andate così, oggi lui sarebbe il candidato naturale a rappresentare e guidare l’alleanza tra gli europeisti di tutte le provenienze, contro i “sovranisti” di tutte le provenienze. Ma la storia non si fa coi se.

Italia ed EuropaA determinare la frattura dell’inverno 2014 contribuirono anche le diffidenze reciproche diffuse nelle constituencies dei due partiti, che i due capi non seppero vincere: da una parte l’antiberlusconismo, dall’altra l’anti-sinistrismo. Sono superabili oggi, oppure si può sperare che lo siano in un domani non troppo lontano?
Se siamo convinti che lo spartiacque fondamentale per la politica italiana oggi non sia quello tra vecchia destra e vecchia sinistra, cioè che la scelta fondamentale di fronte alla quale il Paese si trova sia tra integrazione Europea e ritorno alla sovranità nazionale vecchia maniera, non possiamo pensare che queste incrostazioni della politica del secolo scorso siano insuperabili. Dobbiamo pensare che ci sia una declinazione di sinistra e una di destra della “riforma europea dell’Italia”, ma che tra di esse sia possibile un’intesa politica in chiave sostanzialmente costituente. Più difficile è prevedere quanto tempo occorra perché questa intesa maturi e perché maturi un leader capace di rappresentarla in modo creativo e politicamente efficace. A ben vedere, le sorti della partita tra europeisti e sovranisti dipendono in gran parte dalla rapidità con cui questo accadrà.

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