Nella primavera del 1962 la famiglia Ichino riceve una visita dell’amico don Lorenzo Milani. Indicando i libri e il benessere che si respira in quel salotto milanese, il priore si rivolge a Pietro, tredicenne: «Per tutto questo non sei ancora in colpa; ma dal giorno in cui sarai maggiorenne, se non restituisci tutto, incomincia a essere peccato».

La casa nella Pineta - cover

Marchiato a fuoco da questo monito, che pur nella sua radicalità racchiude in sé molti altri insegnamenti familiari, il protagonista di queste pagine rifiuta di intraprendere la carriera di avvocato al fianco del padre amatissimo per dedicarsi al movimento operaio, ritrovarsi cooptato nel palazzo del potere ma poi farsene cacciare, studiare il diritto del lavoro nell’epoca drammatica della fine delle ideologie, del terrorismo rosso e poi della sua nuova fiammata al passaggio del millennio.

In questo libro insolito, al confine tra un racconto intimo e il grande affresco di un’epoca, le vicende pubbliche si intrecciano alla storia di una famiglia italiana che raccoglie in sé l’eredità ebraica e un cattolicesimo dalla forte vocazione sociale e che ha eletto la Versilia a proprio luogo dello spirito. È così che – dalle persecuzioni razziali al Concilio Vaticano II, da Bruno Pontecorvo a Piero Sraffa, dal ’68 all’assassinio di Calabresi, dal Pci di Pietro Ingrao fino alle riforme del diritto del lavoro – la “casa nella pineta” diventa il crocevia di vite vissute con singolare intensità, dove generazioni di padri e di figli dalle anime inquiete possono crescere, amarsi, perdersi e ritrovarsi.

Giunti Editore, Firenze, pp. 420, € 18

In libreria dall’11 aprile 2018
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INDICE DEL VOLUME

 

Prologo. Il lotto del poverello 9
Seduzione di una ragazza perbene 33
Bambini in divieto di sosta 55
Intermezzo. L’ arte di fare una festa 85
A caccia di profeti 109
Tentativi di servire il popolo 151
Il richiamo della foresta 186
Intermezzo. Il Gitario 204
Al sindacato negli anni di piombo 238
Nel cuore del Palazzo 265
Intermezzo. Il passamontagna 304
Il figliol prodigo alla scoperta del padre 329
Epilogo. Un anno di attesa 355
Appendice 381
La lettera di don Lorenzo Milani a Luciano e Francesca Ichino, 26 aprile 1959 (copia anastatica) 382
I temi dei sei allievi di Barbiana sul loro soggiorno milanese (copie anastatiche) 387
Indice dei nomi 407
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LETTERE E COMMENTI

 

 

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PRESENTAZIONI DEL LIBRO

I programmi dei convegni dedicati alla presentazione del libro sono indicati, con i relativi orari e luoghi precisi, nella pagina Incontri.

In calendario: Baveno 12 aprile, Vicenza 13 aprile, Rovigo 5 maggio, Torino 10 maggio, Montirone (BS) 15 maggio, Firenze 16 maggio, Palermo 18 maggio, Milano (Fondazione Corriere della Sera) 28 maggio, Varese 31 maggio, Gavirate 31 maggio, Vimercate 7 giugno, Milano (Centro dell’Incisione) 8 giugno, Roma (Libreria Feltrinelli) 13 giugno con Lucia Annunziata, Lucca 14 giugno, Scanzorosciate (festa provinciale dell’Unità di Bergamo) 19 giugno, Roma (Università “la Sapienza”) 20 giugno, Forte dei Marmi 13 luglio con Maria Elena Boschi, Borgo a Mozzano (Teatro della Frescura) 14 luglio, Carrara (festa de l’Unità) 18 luglio, Pistoia (festa de l’Unità) 27 luglio, Seravezza (Festival Trame d’Estate), 11 agosto, Ravenna (festa nazionale de l’Unità) 28 agosto, Firenze (festa de l’Unità) 10 settembre, Milano (festa de l’Unità) 13 settembre, Seregno (a iniziativa di diversi Lyons club della Brianza) 20 settembre, Marano Valpolicella (Club delle Accanite Lettrici) 4 ottobre, Pietrasanta 6 ottobre con Elisabetta Salvadori, San Lazzaro di Savena (Bologna) 26 ottobre, Milano (Libreria San Paolo di via Pattari) 7 novembre, Roma (LibertàEguale) 13 novembre, Fossano (Cuneo) Fondazione Noialtri 24 novembre, Valmadrera (Lecco) Circolo Pd 26 novembre, Rho (Mi) Circolo Pd 3 dicembre, Milano (Parrocchia di S. Pietro in Sala) 10 dicembre, Milano (Centro Culturale di Milano) 11 dicembre.

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IMMAGINI E BRANI DEL LIBRO

 

Un sorteggio sospetto

Villa Amelia (a sinistra) negli anni ’30, quando il viale lungomare era stato appena aperto; a destra la casa dei Balducci

“[…] Poco dopo, nel 1919, Giovanbattista [Pellizzi] costruì verso il mare una casa rivestita di mattoni rossi e finiture in marmo di Carrara, con un elegante terrazzo al primo piano, che dava proprio sulla spiaggia, e una torretta dalla quale la vista spaziava meravigliosamente a trecentosessanta gradi da Livorno a Porto Venere, all’intero arco maestoso delle Apuane. La chiamò Villa Amelia in onore della seconda moglie, Amelia Sarteschi […].

Pia Cristini (seconda da sinistra), Carlo e Lucia Balducci (primo e seconda da destra) sul campo da tennis nella pineta Pellizzi, anni ’20

Un quarto di secolo più tardi e dopo un’altra guerra, nell’autunno del 1946, quando con il tardivo ritorno dell’ultimogenito dal campo di prigionia in India la famiglia poté riunirsi al Forte, Giovanbattista, ormai ottuagenario, decise di procedere alla divisione di quella tenuta amatissima, nella quale aveva investito per intero le sue sostanze. Disegnò cinque lotti, dei quali quattro dotati di una casa e un altro molto più grande ma non confinante né con la spiaggia né con la retrostante via Mazzini, e soprattutto senza alcuna casa: quello che nessuno dei fratelli voleva, perché in quel momento di soldi ce n’erano pochi e avere la casa voleva dire poter godere subito del proprio pezzo di pineta a un passo dal mare. Da qui la denominazione di «lotto del poverello». […] Stabilì dunque che si sarebbe proceduto con un sorteggio. Questo si svolse mediante consegna a ciascuno di un foglietto estratto da una scatola: il primo, destinato a Carlo, fu proprio quello del lotto del poverello […]. ”

(Dal primo capitolo, Il lotto del poverello, pp. 10-11)

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Il capanno dei Pellizzi dipinto da Ardengo Soffici
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Il capanno dei Pellizzi

Ardengo Soffici, Il capanno dei Pellizzi, carboncino su tela, 1956

“Credo di avere avuto sei o sette anni quando vidi un pittore col suo cavalletto sul marciapiede, che la dipingeva. Corsi a casa dal nonno avvertendolo che c’era uno sul vialone che dipingeva la nostra cabina senza averci chiesto il permesso. Il nonno, incuriosito, tornò con me sul posto, dove salutò cordialmente ­Ardengo Soffici e gli disse della mia protesta; Soffici la prese molto sul serio, offrendo in riparazione il corpo del reato. So che si accordarono per un prezzo molto modesto.
A quel quadro, pervenuto a me a seguito delle divisioni ereditarie, sono molto affezionato perché ritrae un luogo dell’anima. Un luogo che esiste ancora, ma non è più come era allora.”

(Dal primo capitolo, Il lotto del poverello, p. 26)

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Lo scapigliato e l’ebrea convertita
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Paola e Carlo Pellizzi negli anni ’20 e negli anni ’60

.“[…] due tipi più diversi tra loro sarebbe stato difficile trovarli; e ancor più difficile pensare che potessero costituire una coppia destinata a rimanere unita tutta la vita. […]
Carlo, classe 1893, a dispetto degli studi giuridici compiuti con passione e risultati eccellenti, aveva lo spirito estroso dell’artista: laico e dissacratore, amava la buona tavola e il teatro, suonava, dipingeva – arte appresa dal nonno Domenico Pellizzi, pittore professionista –, scriveva in versi, recitava, ne inventava sempre una per divertire gli amici. Dal padre aveva ereditato una singolare capacità di coniugare onestà cristallina e morale professionale rigorosissima con una vita personale, diciamo così, fortemente ravvivata dall’attrazione verso il gentil sesso. […] Frequentatore assiduo degli ambienti del teatro e dell’opera, era stato fidanzato molto seriamente con la bella Toti Dal Monte, considerata la Callas dell’epoca; se n’era separato, con dolore, alla partenza di lei in transatlantico per una tournée in America, di fronte alla prospettiva di dover lasciare la professione per diventare il marito del soprano in giro per il mondo. […] Non era affatto attaccato al denaro: quello che gli entrava in tasca spendeva. In libri, di cui aveva le case di Milano e del Forte piene fino all’inverosimile (i suoi eredi dovettero dividersi circa quarantamila volumi); negli spettacoli, non perdendo occasione per andare a teatro o alla Scala; al ristorante, in raffinatezze gastronomiche ed enologiche; in atti di generosità, anche cospicui; e nella manutenzione della casa e della grande pineta del Forte: anche lui, come suo padre, considerò come sua vera casa solo quella. […]
Paola, invece, di cinque anni più giovane, veniva da una famiglia ebraica nella quale, sul côté materno, regnava una grande severità di costumi rivestita di una castigatezza di linguaggio spinta all’estremo […]. Aveva qualcosa della nobildonna di antico lignaggio, che coltivava con molta autoironia. Aveva una curiosa sensibilità estetica anche per gli aspetti più minuti della vita quotidiana: dal come apparecchiare la tavola da pranzo al non lasciare in vista nella propria stanza indumenti intimi o scarpe; considerava ovvio che il rotolo della carta igienica dovesse essere appeso al muro con il lembo pendente verso l’esterno: ci inculcò che farlo pendere verso il muro è cosa sciatta e persino un po’ volgare. […]
Che cosa abbia fatto scattare un amore forte e appassionato tra lo scapigliato viveur e l’elegante e riservata studentessa di Giurisprudenza, possiamo solo cercare di immaginarlo. Lui fu attratto dal misto di cultura e intelligenza di lei, rese adorabili dalla sua autoironia. Lei dalla simpatia travolgente di lui. Ma questa non sarebbe bastata: fu decisiva la generosità che costitui­va il tratto fondamentale dell’animo di Carlo, e forse più ancora la sua capacità di rompere gli schemi, di tenere insieme allegria e serietà, e di costringerla a uscire dagli ovattati salotti presidiati da sua madre. Fatto sta che ne nacque un matrimonio di vero amore, che restò tale per tutti i cinquant’anni in cui è durato.”

(dal primo capitolo, Il lotto del poverello, pp. 16-20)

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La casa nella pineta
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La casa nella pineta

Carlo Pellizzi, La casa nella pineta, pastello, 1960
“[…] il nonno fu molto parco nell’utilizzare lo spazio edificabile di cui, secondo i parametri urbanistici degli anni ’50 e ’60, avrebbe potuto disporre nella grande pineta, perché la amava profondamente. E la dipingeva da tutti i possibili punti di osservazione, come un pittore innamorato ritrae la sua bella, in tanti quadri che sulle pareti delle nostre case ancora la ricordano com’era – un po’ selvaggia, percorsa da qualche sentiero in mezzo al rigoglio dell’edera –, irrorata da una luce che lui aveva studiato a lungo per riuscire a riprodurla sulle sue tele: triturata e mescolata di verde vivo da milioni di aghi di pino […]”
(dal primo capitolo, Il lotto del poverello, p. 15)

 Gina Balducci, La casa nella pineta, china su carta, 1962

“Pochi anni dopo arrivò il piano superiore, progettato in modo assai più sapiente dall’architetto Calabi e dipinto all’interno di un rosso mattone che saluta dalle vetrate il verde dei pini: così la casa assunse la forma nella quale tutti i discendenti del nonno Carlo l’avrebbero felicemente vissuta nei decenni successivi.”
(dal primo capitolo, Il lotto del poverello, p. 15)
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Le immagini nei risguardi di apertura del libro

La profezia del bacio di
Capodanno

Luciano Ichino negli anni ’50

“[Francesca e Luciano] Si sposarono il 28 dicembre 1946, tre giorni prima che scadesse il termine della profezia. La cerimonia, celebrata da padre Cattoretti, si svolse in Santa Maria Segreta, la parrocchia cui apparteneva via Scarpa.”
(dal secondo capitolo, Seduzione di una ragazza perbene, p. 47)

“Al mare c’erano le cinque cabine dei Pellizzi, una per ciascuno dei figli di Giovanbattista, dipinte di verde, un po’ distanziate tra loro a differenza di quelle dei due stabilimenti confinanti: il Giancarlo e l’Angelo Levante. Davanti alle cabine, per un tratto di costa di circa quaranta metri, la spiaggia che gli stessi Pellizzi avevano avuto in concessione fin dagli anni ’20, quando intorno i bagni non c’erano neppure, era vuota e libera. Al centro c’era la nostra tenda, cui all’occorrenza se ne aggiungevano una o due altre. Era costituita da un telo rettangolare color mattone, tenuto teso da due bastoni infilati in apposite asole sui due lati corti; uno dei due bastoni veniva legato alla cima di un palo verticale alto circa due metri, mentre l’altro era fissato a terra con due picchetti infissi nella sabbia.”

(dal terzo capitolo, Bambini in divieto di sosta, p.  68)

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L’importanza della Fontana Colombina

“L’ approssimarsi del grande giorno [della partenza per il Forte] era annunciato dalla comparsa in casa di due bauli verdi, nei quali la mamma riponeva con grande cura biancheria da letto, tovaglie, vestiti estivi, stoviglie […]. Poi, uno o due giorni prima che partissimo noi, arrivava la Fontana Colombina, cioè il corriere, al quale venivano consegnati i due bauli religiosamente chiusi a chiave, qualche volta anche un pesantissimo valigione di cuoio, legato per sicurezza con una grossa corda di canapa, i nostri tricicli e più tardi le nostre biciclette, con o senza rotelle. Solo che la Fontana Colombina ci metteva sempre almeno una settimana a riconsegnare il tutto al Forte, così nei primi giorni dopo l’arrivo al mare ci accadeva di vivere delle vere e proprie crisi di deprivazione […]; e negli anni successivi a essere molto sofferta sarebbe diventata l’attesa della bicicletta: perché stare in vacanza in Versilia senza la bici era – com’è tuttora – quasi una contraddizione in termini.

Uno dei due bauli verdi con cui avvenivano le spedizioni

[…] L’ evento [dell’arrivo del corriere al Forte] aveva una sua solennità. Era sempre preceduto da una comunicazione concitata che passava di bocca in bocca raggiungendo tutti gli abitanti della casa e della pineta: «È arrivata la Fontana Colombina!», e tutti correvano al cancello sul retro della casa, dove si vedeva far manovra a marcia indietro per entrare un camion tutto impolverato, con il grande pianale telonato chiuso con catene e lucchetti. Il camion finalmente si fermava davanti alla porta della cucina, e lì rimaneva dei lunghi minuti senza che accadesse niente: le mie sorelle e io lo fissavamo ammutoliti, come si potrebbe guardare un modulo di atterraggio appena arrivato dallo spazio, attendendo l’apertura di un boccaporto da cui escano gli extraterrestri che lo hanno guidato fin da noi. […] Dopo qualche minuto che ci pareva lunghissimo, il telone veniva aperto e, sbirciando al suo interno, noi intravedevamo con orrore un intrico indescrivibile di biciclette accatastate, accanto a pile di bauli e valigie. […]”

(dal terzo capitolo, Bambini in divieto di sosta, pp. 64-65)

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Tentativi di servire il popolo

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Le immagini  nei risguardi di chiusura del libro

“Da allora in poi, per tutti gli otto anni che gli rimasero da vivere, don Lorenzo fu presente in modo forte nella vita della nostra famiglia, non solo attraverso le lettere che scambiava con i miei genitori per raccontare quel che accadeva a Barbiana, o per chiedere l’invio di materiali didattici, oppure assistenza per i ragazzi che venivano dalle nostre parti, ma anche con le sue visite a Milano, con i reiterati inviti – che più volte accogliemmo – ad andare anche noi a Barbiana e con l’invio dei suoi scritti prima ancora che venissero pubblicati”
(dal quinto capitolo, A caccia di profeti, p. 133)

“Così, in una grigia giornata di nuvole basse […] percorsi in moto la ventina di chilometri che separavano via Giotto dalla Camera del Lavoro di Cusano Milanino e presi servizio come aiuto del funzionario di zona della Fiom-Cgil. Avrei continuato a lavorare lì fino al ’73, per poi passare alla struttura confederale della Cgil di Milano, dove sarei rimasto fino al ’79.”
(dal sesto capitolo, Tentativi di servire il popolo, p. 163)

“Scendemmo a valle di corsa tenendoci per mano, sembrava di volare. Qualche giorno dopo, alle sei del mattino, la riaccompagnai con la mia «nuova» 500 usata al pullman che doveva riportarla a Milano, per poi andare a prendere don Cirillo e la guida Ubaldo Rey, coi quali quel giorno era in programma l’ascen­sione al Dente del Gigante, con celebrazione della messa sulla vetta.”
(dal sesto capitolo, Tentativi di servire il popolo, p. 184)

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L’isola dei Pappagalli
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La locandina della recita L’Isola dei Pappagalli, di Sergio Tofano – estate 1954

“La scena si apre in una città di mare, rappresentata in un bellissimo fondale dipinto dal nonno, dove campeggia l’albergo Bellavista gestito da Barbariccia, «faccia e anima gialliccia» (Giovanni Cristini). Il sindaco della città (interpretato da me con panciotto e tuba) è triste per la scomparsa della figlia. Proprio davanti all’albergo, attracca la nave Teresina, che gli toglie la vista sul mare; dell’equi­paggio fa parte in qualità di cuoco il signor Bonaventura (nostro cugino Gabriele Guadagni), con il suo fido bassotto (interpretato da Giovanna, che all’epoca aveva tre anni). Perché la nave se ne vada, Barbariccia fa balenare ai pigri marinai l’esistenza di un tesoro nell’isola dei Pappagalli; ma nell’isola incontaminata, invece del tesoro, vengono accolti da selvaggi antropofagi ­(Franco Bruni e Maria Giulia Longhi, per l’occasione colorati di marrone scuro da capo a piedi con del lucido da scarpe) che li fanno prigionieri. […]”
(dal terzo capitolo, Bambini in divieto di sosta, p. 79)

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La tradizione della recita in pineta è ancora viva
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Agosto 2017 – Abbasso il Frolloccone!

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Agosto 2018 – Le avventure del signor Veneranda

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Giocare con gli endecasillabi..

Gian Luigi (Giangiotto) Pellizzi

“Nei periodi estivi in cui ero ospite degli zii Giangiotto e Lionella a Cortina, uno dei giochi con lo zio consisteva nella classificazione degli endecasillabi secondo una complicata tassonomia fondata sulla distribuzione degli accenti e delle doppie consonanti. Un altro gioco inventato dallo zio Giangiotto consisteva nello scrivere il «libretto» per ciascuna grande sinfonia classica, in modo da renderla cantabile e soprattutto consentire a noi dilettanti di musica di ricollegare al volo ciascuna melodia al brano che la conteneva; stupendo nella sua perfezione era l’ini­zio dell’Ottava di Beethoven:

No, non ho più caffè,
io l’ho dato proprio tutto a te,
no, non ho più caffè,
dovrò sorbirmi un orzo;
se non mi piace l’orzo,
mi farò un tè.

Mentre lo scherzo finale della stessa sinfonia si apriva con l’indimenticabile:

Saragàt, Saragàt, Saragàt,
mi pare di veder Saragàt.

Analogamente, altri libretti dello zio Giangiotto narravano di pascià seduti sul sofà fumando il narghilè, di figlie del curato che mangiavan lo stufato, di stoccafissi e baccalà maleodoranti, dell’acquisto di pere nel negozio del droghiere, e di altre eterogenee vicende rese esilaranti dalla combinazione con i brani più celebri della musica classica.”

(dal quarto capitolo, L’arte di fare una festa, pp. 95-96)

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Il baule dei travestimenti

Uno dei due bauli dei travestimenti era riservato ai soli cappelli

“A proposito di baule dei travestimenti, quello di casa nostra si era tanto rimpinguato nel corso degli anni da richiedere uno sdoppiamento. E il materiale accumulato era diventato una risorsa preziosa.
A quel primo baule, che ogni estate faceva su e giù tra la casa di Milano e quella del Forte, attingevano soprattutto i più piccoli […]”

(dal quarto capitolo, L’arte di fare una festa, p. 91)

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Non nominare il nome di Dio invano
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Padre Giuseppe Acchiappati

“Nonostante il suo impegno nella lotta partigiana, dopo la guerra padre Acchiappati, a differenza di padre Gaggero, aveva deposto le armi della politica e recuperato nella sua pienezza la missione sacerdotale. Una vocazione che aveva sposato in età adulta: era stato ordinato sacerdote dopo avere prestato servizio militare, come motociclista, nella Prima guerra mondiale. Alto di statura, con un volto dai tratti nobili e ieratici – che nella mia memoria si confonde con quello del Max von Sydow protagonista del Settimo sigillo di Ingmar Bergman –, a dispetto dell’abito talare non aveva niente di pretesco nel modo di fare e di comunicare.

Amava ascoltare più che essere lui a parlare, e quando rifletteva su cose attinenti al Vangelo o alla fede era sempre attentissimo a non sovrapporre il proprio pensiero, pur nutrito da una profonda cultura, alla parola di Dio. […] Forse per questo è stato lui il solo, tra i grandi profeti di quegli anni che anticiparono in Italia il Concilio Vaticano II, a non voler lasciare nemmeno una riga scritta. Quando parlava di questioni teologiche, i suoi occhi guardavano lontano e la sua voce aveva un che di metafisico, interrotta da pause talvolta lunghe nelle quali sembrava sforzarsi di purificarla di ogni contenuto improprio. Era sempre attentissimo a non esprimere condanne e anatemi; in un solo caso il suo discorso diventava severo, a tratti tagliente, e i suoi lineamenti si aggrottavano in un’espressione dura: quando si trattava di denunciare la pretesa di attribuire a Dio qualche brandello di cultura umana, violando così il comandamento di «non nominare il nome di Dio invano». Predicò essenzialmente una teologia dedicata alla distruzione degli idoli, a chiarire ciò che Dio non è, piuttosto che a spiegare chi o che cosa Dio sia. La sua era una testimonianza di fede profonda ed essenziale, nel cui fuoco bruciava ogni scoria, ogni tentativo di divinizzare ciò che apparteneva al mondo, anche la stessa giustizia sociale.”

(dal quinto capitolo, A caccia di profeti, pp. 116-117)

 

Il côté stalinista della Cgil

“Marco Vais […] era un «avvocato interno» della struttura confederale nazionale, collaboratore della Rivista giuridica del lavoro, che era l’organo trimestrale della Cgil; comunista alla vecchia maniera, aveva fatto propria una visione veteromarxista dello Stato e dell’ordinamento giuridico, e in particolare del diritto del lavoro.
[…] Mi salutò senza accennare neppure un sorriso di cortesia ed entrò subito in medias res: «Caro Ichino, non possiamo pubblicare questo tuo manuale. Innanzitutto perché ne stiamo preparando uno qui, in coerenza con la linea di politica del diritto della Cgil». (In realtà lui stesso si arrogava la funzione di determinare la politica del diritto della Cgil, dunque avrebbe potuto anche dire: «Ne sto preparando uno io, e sarà questo che definirà la linea di politica del diritto della Cgil».) «In secondo luogo perché il tuo contiene molte cose discutibili.»
[…] Gli chiesi quali fossero le parti da lui giudicate eretiche; la sua risposta fu molto sintetica: «Tu a questo diritto del lavoro gli vuoi bene, in quel che scrivi si vede che lo consideri complessivamente giusto; noi invece lo consideriamo fondamentalmente ingiusto, vogliamo arrivare a scardinarlo, perché è l’espressione della dittatura della classe borghese sulla classe lavoratrice. Alcune norme possono anche essere giuste, o quanto meno segnare un miglioramento delle condizioni dei lavoratori, ma non possiamo mai guardare soltanto al singolo albero perdendo di vista la foresta».
Tornai a Milano offeso, scornato, ma soprattutto sconcertato dall’enormità, dal punto di vista politico, della stortura di cui ero stato diretto testimone. […]”

(dal settimo capitolo, Il richiamo della foresta, p. 199)

 

Il Gitario

Una gita sulle Apuane negli anni ’60 – In primo piano, seduta, mia madre Francesca – Il bimbo in piedi è probabilmente mio fratello Andrea

“Più di recente ho capito – perché mi è accaduto di provare il suo stesso stato d’animo – ciò che probabilmente ha mosso il papà, sul limitare del suo sessantesimo anno, a porre fine alle mortificazioni che ogni nuova stagione gli infliggeva, chiudendo drasticamente il capitolo montagna e abdicando al trono di Chapy. Però io ora sono arrivato vicino al mio settantesimo anno, e, pur soffrendo a ogni nuova stagione di quella stessa mortificazione e avendo già programmato per i prossimi anni la riduzione progressiva di quel che dalle mie gambe e dai miei polmoni potrò pretendere, ogni volta che torno a scorgere oltre il Col Liconi il lago blu a forma di balena bordato dal nevaio, o che sbuco dal sentiero sulla cresta della Pania, o ancora che esco dalla galleria del Vestito, conquistata sempre più a fatica, e mi affaccio sullo scenario dantesco del Pian della Fioba, sento presenti dentro di me le volte in cui lì sono arrivato con Andrea e Cosimo, o con le mie figlie Giulia e Anna, e mi dico che vale la pena di continuare, finché mi è dato farlo, perché questo è l’unico modo in cui posso rivivere così intensamente momenti che tanta importanza hanno avuto nel corso della mia esistenza.”

(dall’ottavo capitolo, Il Gitario, pp. 236-237)

 

Le forche del Curru, a quota 1950 in val Sapin

Le forche del Curru

“Il papà si era autoproclamato Serenissimo Imperatore della Valdigne, con capitale a Chapy, un villaggio abbandonato in fondo alla val Sapin, e residenza estiva ai castelli del Tirecorne: così lui chiamava due roccioni gemelli, di cui uno con una singolare forma squadrata, che si trovano oltre quota duemila, sotto la Testa della Suche, in un luogo solitario e straordinariamente bello, dove il verde scuro del bosco di abeti e larici lascia il posto ai colori del granito, dell’erba e della neve che lì si trova talvolta anche in piena estate, e dove lui spesso si «ritirava» nelle sue giornate d’alta montagna, a leggere e meditare. Le vicende politico-militari dell’impero erano oggetto di storie affascinanti, in cui comparivano regni nemici (in particolare quello che aveva la capitale alle baite di Joué) coi quali erano in corso guerre secolari, feudatari fedeli e feudatari traditori che venivano impiccati alle Forche del Curru (lì collocate perché l’impiccato penzolante si vedesse da tutta la val Sapin, monito per chiunque altro pensasse di seguirne l’esempio), eserciti contrapposti che si guardavano in cagnesco dalle rispettive fortezze arroccate sui lati opposti di questa o quella vallata, e così via.”

(dall’ottavo capitolo, Il Gitario, p. 221)

 

Il Lago Liconi nel settembre 1987

Il Lago Liconi

“[…] Per avere un’idea di quanto fosse ancora arretrato lo sviluppo dei segnavia nella Valdigne, basti pensare che mancava l’indicazione per una delle gite più spettacolari della zona, quella alla meravigliosa conca dove si trova il lago Liconi, a duemilacinquecento metri di altezza, tra lo spartiacque che separa Courmayeur da Morgex, l’Aiguille de Chambave e una cresta che scende dalla Testa di Liconi. Appena insediati nella nuova casa del Grand Ru, ci giunse notizia di quel lago e decidemmo subito che occorreva andarci; ma non avevamo informazioni precise sulla via migliore per arrivarci e su quali difficoltà presentasse. La mamma stabilì dunque che almeno la prima volta dovevamo farci accompagnare da uno del luogo che conoscesse bene il percorso. Toni ­Gobbi ci segnalò un certo Ottavio, figlio di un suo amico; alla mamma, quando lo incontrò, parve che avesse «una bella faccia», e lo ingaggiò. L’ indomani alle sette partimmo con lui, arrivammo al Tirecorne e da lì proseguimmo per tracce di sentiero, che poi, sempre sotto la sua guida, abbandonammo per inerpicarci su per un canalone sempre più ripido. A un certo punto lui stesso si rese conto che avevamo sbagliato strada e convenimmo che era meglio tornare indietro, scornatissimi. Due giorni dopo il papà mi prese con sé e, senza dire alla mamma quale fosse la nostra destinazione, mi condusse al lago Liconi, con discesa per lo splendido vallone sottostante, sul versante di Morgex. Da quella volta fu lui la guida per quasi tutte le nostre gite sui sentieri intorno a Courmayeur. Quella del Liconi è stata – e resta tutt’oggi, insieme al giro dei valloni di Malatrà e Arminà attraverso il Col ­d’Entre Deux Sauts e al giro del Col Sapin, Testa di Tronchey, Testa Bernarda e discesa al tramonto per il groppone della Saxe – una delle gite più amate e ripetute da tutti noi, da soli o possibilmente in compagnia. […]”

(dall’ottavo capitolo, Il Gitario, p. 217)

Il Lago Liconi alla fine di giugno 2018

“[…] La prima percezione dell’inizio della fase discendente delle mie potenzialità alpinistiche l’ho avuta nel ’94, durante una gita al lago Liconi. È una salita di circa millequattrocento metri di dislivello, che per molti anni è stata il teatro delle nostre gare a chi riusciva a scendere sotto le tre ore, poi sotto le due e mezza, poi sotto le due e un quarto, e che fino ad allora mi ero potuto permettere di fare anche come prima gita della stagione, cosa che infatti feci anche quell’anno. Nonostante un ritmo di salita tranquillo, nel tratto ripido finale prima di arrivare al colle soffrii l’affanno, dovetti fermarmi per riprendere fiato. Da allora non ho mai rinunciato al mio pellegrinaggio annuale al Liconi, ma ogni volta la gita richiede un po’ più di allenamento per essere fatta con gusto, senza patimento nella parte finale. […]”

(dall’ottavo capitolo, Il Gitario, p. 235)

 

 

La famiglia Ichino in pineta, nell’agosto 1989 – Da sinistra in piedi Costanza, Pietro, Andrea, Simonetta, Giovanna con in braccio Federico, Caterina, Maria Paola, Alessandra, Giulia con il volto in ombra; da sinistra seduti: Tullia, Francesca con in braccio Matteo neonato, Luciano con in braccio Anna, Carlo, Giambattista con in braccio Lorenzo

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“Eseguiremo il dovere di farti fuori”
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“Il rifiuto opposto dai brigatisti alla mia proposta di rinuncia alla costituzione di parte civile nel processo venne formalizzato in questa risposta di uno dei capi del gruppo, Alfredo Davanzo, riportata dall’agenzia Ansa il giorno stesso di quell’udienza, il 28 maggio 2012:
«Questo signore [che sarei io] rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbaraz-zarci di questo sistema.» Così Alfredo Davanzo, uno dei dodici impu-tati nel processo milanese d’appello alle cosiddette «nuove Br», ha replicato dalla gabbia alle dichiarazioni lette dal giuslavorista Pietro Ichino, parte civile. «Questa gente» ha proseguito Davanzo «non ha diritto a fare sceneggiate, c’è una guerra di classe in corso e quelli blindati siamo noi.»”

(dall’undicesimo capitolo, Il passamontagna, p. 322)