IL PROBLEMA DELL’ACCESSO DEI GIOVANI AL TESSUTO PRODUTTIVO

I meriti e i limiti dell’esperienza dell'”alternanza scuola-lavoro” – Il difetto grave di un servizio efficace di orientamento scolastico-professionale

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Intervista a cura di Valentina Magri e Francesco Pastore, raccolta nell’ottobre 2019, destinata a essere pubblicata nel saggio
Gioventù bloccata, di Valentina Magri, content writer, e Francesco Pastore, Professore di economia presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli – In argomento v. anche Alternanza scuola-lavoro: una protesta sbagliata .
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  Professor Ichino, che cosa pensa delle proteste degli studenti contro la sperimentazione dell’alternanza scuola-lavoro?
Qualche ragione ce l’hanno: questa misura avrebbe dovuto essere preparata e poi gestita molto meglio dall’Amministrazione scolastica. Nei Paesi dove la si pratica da tempo, sia le imprese, sia le scuole e i singoli studenti sono assistite da persone competenti, in grado di controllare e cooperare a che l’inserimento di ciascun giovane interessato in azienda si svolga nel modo migliore. Da noi invece la sperimentazione è partita facendo affidamento soltanto sulla buona volontà di presidi e  imprenditori. Che non basta. Ma sono convinto che nel complesso sia stata comunque un’esperienza positiva, che nel tempo può soltanto migliorare.

Potrà servire a ridurre il precariato dei giovani, nella prima fase di accesso al tessuto produttivo?
Forse ridurre il precariato no. Però certamente l’alternanza scuola-lavoro può rendere più facile, nel periodo immediatamente successivo, la transizione del giovane dalla scuola al tessuto produttivo.

A ridurre il precariato può contribuire invece il cosiddetto decreto-dignità?
Questo mi sento di escluderlo. Non per faziosità, ma perché l’aumento drastico del costo di separazione nel rapporto a tempo indeterminato, disposto dall’articolo 3 del decreto, costituisce un notevole disincentivo all’assunzione a tempo indeterminato. E anche la nuova disciplina del contratto a termine avrà l’effetto prevalente di aumentare e accelerare il turnover sulla stessa posizione di lavoro, soprattutto nei settori del commercio e del turismo.

In che misura la difficile transizione dei giovani fra scuola e lavoro è anche colpa delle loro famiglie?
La causa di questa difficoltà va individuata soprattutto nell’assenza, in Italia, di un servizio capillare ed efficace di orientamento scolastico e professionale. Di questo difetto soffrono non soltanto gli adolescenti, costretti a compiere le scelte fondamentali per la loro vita adulta con “la testa nel sacco”, ma anche i loro genitori: il solo “orientamento” che viene offerto agli adolescenti è quello fornito dai genitori, i quali non di rado spingono i figli a scelte gravemente sbagliate.

Come potrebbe essere attivato un buon servizio di orientamento scolastico-professionale?
Requisito indispensabile è un sistema di monitoraggio a tappeto del tasso di coerenza tra formazione professionale impartita da ciascun centro scolastico o formativo e successivi sbocchi occupazionali effettivi.

Come, concretamente?
Lo si può realizzare istituendo una anagrafe nazionale della formazione professionale e incrociando i dati che ne risultano con quelli delle Comunicazioni obbligatorie al ministero del Lavoro. Poi si dovrebbe obbligare ogni centro finanziato con denaro pubblico a pubblicare sul proprio sito il tasso di coerenza rilevato in relazione a ciascun corso attivato negli anni precedenti. A quel punto, il servizio di orientamento dovrebbe consistere nel contattare ogni adolescente all’uscita da ciascun ciclo scolastico, individuare le sue attitudini e le sue aspirazioni, e informarlo circa i percorsi formativi che gli offrono le migliori possibilità di occupazione coerente con le sue caratteristiche.

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