SALARIO MINIMO: UN’IDEA GIUSTA, MA…

La questione se sia meglio stabilire lo standard retributivo minimo in termini puramente monetari o tenendosi conto del potere d’acquisto della moneta, diverso da zona a zona, non può essere risolta con una contrapposizione ideologica: occorre affrontarla pragmaticamente, col metodo sperimentale

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Intervista a cura di Alessandra Ricciardi, pubblicata su Italia Oggi il 27 luglio 2023 – In argomento v. anche il mio articolo pubblicato su lavoce.info il 4 luglio 2023, Le questioni aperte in tema di salario minimo

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“Il salario minimo? L’idea è giusta, ma se non è determinato e modulato in modo corretto può anche produrre un impatto negativo”, ragiona Pietro Ichino. Giuslavorista dell’Università di Milano, ex senatore del Pd, considerato il padre del Jobs act, Ichino dice: “Uno standard retributivo minimo universale deve servire per correggere le distorsioni del mercato. Se invece si pretende di utilizzarlo come arma per forzare un aumento delle retribuzioni, al di sopra della produttività effettiva del lavoro, si deve mettere in conto un aumento della disoccupazione o del lavoro nero”. Non solo, se non si tiene conto delle forti differenze del costo della vita sul territorio, si rischia addirittura di abbassare le retribuzioni in alcune aree del Paese: “9 euro possono anche andar bene come importo medio, ma si tratta di uno standard probabilmente basso per la pianura padana e alto invece per il Mezzogiorno”. E allora? “Non si tratta di reintrodurre le gabbie salariali, ma di ‘sgabbiare’ i contratti di lavoro”. Ricorrendo a una sperimentazione, “come accade con i farmaci”.

Domanda. Il Pd si batte per il salario minimo contro la povertà nel lavoro. Lei che ne pensa?
R. Penso che uno standard retributivo minimo universale possa svolgere una funzione molto importante nel nostro Paese e non sia destinato a produrre gli effetti temuti da una parte delle Confederazioni sindacali. A condizione, però, che esso sia determinato in modo corretto e che si sciolgano alcuni nodi non secondari.

Quali nodi?
R. Occorre chiarire a che cosa lo standard minimo si riferisce: se al cosiddetto “minimo tabellare”, come afferma per esempio la responsabile per il lavoro del PD Cecilia Guerra in una intervista dei giorni scorsi, oppure alla retribuzione globale di fatto, che comprende anche i ratei di mensilità aggiuntive, gli scatti di anzianità, l’accantonamento per il t.f.r. Su questo punto oggi non c’è la necessaria chiarezza.

Si riferiva a questo quando ha affermato in un suo articolo su lavoce.info che la struttura attuale delle retribuzioni, in Italia, è un po’ barocca?
R. Sì. Essa è resa molto complicata e difficilmente leggibile dalle numerose voci di retribuzione differita, che arrivano a incidere anche per un quinto sul totale. L’istituzione di un minimum wage di fonte legislativa potrebbe essere l’occasione per una semplificazione, almeno sul piano legislativo, che renderebbe le retribuzioni più leggibili, più trasparenti e anche più confrontabili sul piano internazionale. Questo gioverebbe molto all’efficacia di uno standard minimo universale.

A che cosa si riferisce, invece, quando afferma che il salario minimo deve essere “determinato in modo corretto”?
R. Mi riferisco al fatto che uno standard retributivo minimo universale deve servire per correggere le distorsioni del mercato, quelle che gli economisti indicano come rendite indebite derivanti per gli imprenditori dai difetti di concorrenza sul lato della domanda di lavoro. Se invece si pretende di utilizzarlo come arma per forzare un aumento delle retribuzioni, ai livelli più bassi, al di sopra della produttività effettiva del lavoro, si deve mettere in conto un aumento della disoccupazione o del lavoro nero.

Stando a questa regola, secondo lei i 9 euro orari previsti nel disegno di legge delle opposizioni sono determinati correttamente?
R. A questa domanda, purtroppo, in Italia non si può dare una risposta netta, a causa dei forti squilibri tra le zone del Paese. Tenuto conto dell’inflazione registratasi in quest’ultimo periodo, 9 euro possono anche andar bene come importo medio; ma si tratta di uno standard probabilmente basso per la pianura padana, il cui tessuto produttivo potrebbe sopportare anche un minimo di 10 e forse anche di 11 euro orari, se riferito alla paga globale di fatto; qui dunque la sua introduzione potrebbe persino avere un impatto negativo sulle retribuzioni effettive.

Addirittura un impatto negativo?
R. Non lo si può escludere. Oggi, per esempio, a Milano nel settore del lavoro domestico vengono considerati generalmente come standard minimo i 10 euro l’ora; il giorno in cui una legge nazionale fissasse il minimo a 9, questo potrebbe correggere quello standard verso il basso. Viceversa 9 euro orari, che corrispondono a uno stipendio mensile lordo di oltre 1.500 euro, costituiscono probabilmente uno standard minimo troppo alto per la maggior parte delle zone del Mezzogiorno del nostro Paese, dove la produttività media del lavoro è più bassa, assai più basso è anche il costo della vita ed è molto diffuso il lavoro nero.

Sta dicendo che lo standard dovrebbe essere differenziato in relazione agli squilibri economici interregionali?
R. Non lo dico io: lo dicono alcuni autorevoli economisti, tra i quali Enrico Moretti e Tito Boeri, i quali, sulla base di una comparazione di quanto è accaduto nell’ultimo quarto di secolo in Germania e in Italia, raccomandano che lo standard minimo sia determinato tenendosi conto del potere d’acquisto della moneta, diverso da regione a regione.

Dire che i salari vanno differenziati in base alle condizioni economiche di ciascuna regione non significa restaurare le gabbie salariali?

Le “gabbie salariali”, che vennero abolite nel 1968, erano la differenziazione dei minimi tabellari dei contratti collettivi in quattordici livelli, rigidamente predeterminati da un accordo interconfederale, come se corrispondessero a un dato immutabile. Oggi si tratterebbe di “sgabbiare”, semmai, la contrattazione collettiva, affidando all’Istat di determinare periodicamente l’indice del costo della vita regionale o provinciale e consentendo alla contrattazione collettiva regionale, provinciale o aziendale di adattare lo standard retributivo minimo stabilito al livello nazionale nei limiti delle variazioni di quell’indice.

La sinistra è contrarissima a questa tesi. Obiettano che sarebbe l’affermazione diretta di un’Italia a più velocità.
R. Quando vennero abolite le “gabbie salariali”, ci si propose come obiettivo di fare dei minimi tabellari unificati un fattore di stimolo per le aree depresse e di superamento degli squilibri interregionali. La realtà è che i minimi tabellari unificati – come dicevo prima – sono troppo bassi per il Nord del Paese e troppo alti per il Sud. E gli squilibri interregionali, nell’ultimo mezzo secolo, non si sono ridotti. Nella materia della politica economica e sociale non si dovrebbero ammettere i tabù come questo: la regola dovrebbe consistere nell’applicazione di un metodo sperimentale. Come si fa con i farmaci.

Che cosa intende dire?
R. Intendo dire che le scienze sociali oggi consentono di misurare con precisione gli effetti prodotti dalle misure adottate, secondo metodi molto simili a quelli adottati per verificare gli effetti terapeutici e gli effetti collaterali di un farmaco. Come un farmaco non può essere messo in commercio prima che se ne siano sperimentati rigorosamente gli effetti su un campione statisticamente rappresentativo di tutta la popolazione, allo stesso modo si dovrebbe procedere con scelte di politica sociale e del lavoro come questa, se le si vogliono sottrarre al dibattito puramente ideologico, che non porta a nulla.

La premier ha aperto a un confronto pur ribadendo che la strada principale resta la contrattazione, da rafforzare. Vede le condizioni per una scelta condivisa, bi-partisan, su questa materia?
La ritengo improbabile, considerata la qualità del dibattito politico su questo tema. Ma non per questo meno auspicabile.

Decidere i salari per legge non limiterebbe anche il ruolo di rappresentanza del sindacato?
R. Non si tratta di decidere per legge le retribuzioni, ma di stabilire per legge uno standard minimo, adattabile alle condizioni economiche della zona o della regione, applicabile anche là dove la contrattazione collettiva per ora non arriva. Lo prevedeva anche la legge-delega da cui è nato il Jobs Act; ma poi quella delega non è stata esercitata dal governo. Anche per l’opposizione della Cgil: lo stesso sindacato che oggi invece appoggia il disegno di legge dell’opposizione.

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