IL PROGRAMMA DI MATTEO RENZI

UN INSIEME DI PROPOSTE COMPLESSIVAMENTE MOLTO COERENTI, IN LINEA CON LA SCOMMESSA EUROPEA DELL’ITALIA AVVIATA DAL GOVERNO MONTI, MA CON MOLTE NOVITÀ RILEVANTI NEL CAMPO DEL LAVORO, DELLE AMMINISTRAZIONI, DELLA SCUOLA E DELLA RICERCA

Ampia selezione dal documento presentato da Matteo Renzi a Verona il 13 settembre 2012, in occasione dell’annuncio della sua candidatura alle primarie del Pd

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Noi non ci rassegniamo a dare per scontato che i figli vivranno peggio dei padri. L’idea che le uniche battaglie da combattere siano scontri di retroguardia è assurda. La sfida, per noi, è riuscire a coinvolgere le forze più vitali nella costruzione di un nuovo modello competitivo che abbia lo stesso potenziale di inclusione sociale del precedente.
Ecco perché noi non diciamo: Un’altra Italia è possibile. Per noi, Un’altra Italia è già qui: basta farla entrare.

1. RITROVARE LA DEMOCRAZIA

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a. Basta con il bicameralismo dei doppioni inutili.
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b. Una legge elettorale per scegliere i parlamentari e il governo.
Adottiamo per il livello nazionale un modello istituzionale che consenta ai cittadini di scegliere chi governa, come già accade nelle nostre città, dove l’elezione diretta dei sindaci ha prodotto ottimi risultati. I deputati devono essere scelti tutti direttamente, nessuno escluso, dai cittadini.
Allo stesso tempo, i cittadini devono poter scegliere un leader messo in condizione di governare per l’intera legislatura e di attuare il programma proposto alle elezioni, come in Gran Bretagna o in Spagna, dove non per caso i governi durano a lungo, i primi ministri entrano in carica abbastanza giovani e dopo al massimo dieci anni passano la mano ed escono di scena.

c. La politica non sia la via breve per avere privilegi.
Aboliamo tutti i vitalizi. La politica torni a essere assolvimento di un dovere civico e non una forma di assicurazione economica. Le risorse spese per i singoli Parlamentari devono essere portate alla media europea, distinguendo nettamente le indennità dalle risorse messe loro a disposizione per l’esercizio dell’incarico, che devono essere amministrate dagli uffici del Parlamento. I consiglieri regionali, per parte loro, devono avere un compenso e, chiaramente distinto da questo, un budget per le attività di servizio uguale in tutte le regioni. Deve essere definito il “costo standard” per il complessivo funzionamento delle assemblee legislative regionali fissandolo ad un valore compreso tra gli 8 e i 10 euro annui per abitante.

d. I partiti organizzino la democrazia, non siano enti pubblici.
Il finanziamento pubblico va abolito o drasticamente ridotto, condizionandolo al fatto che i partiti abbiano statuti democratici, riconoscano effettivi diritti di partecipazione ai propri iscritti e selezionino i candidati alle cariche istituzionali più importanti con le primarie. Occorre favorire il finanziamento privato sia con il 5 per mille, sia attraverso donazioni private effettuate in maniera trasparente, tracciabile e pubblica. Siccome oggi, grazie a internet, chiunque può produrre a costo zero il suo bollettino o il suo house organ, i contributi alla stampa di partito vanno aboliti.

e. La sussidiarietà e la chiarezza delle responsabilità come principi di base.
Il potere e la responsabilità di dare ai cittadini risposte concrete devono essere nitidamente distribuiti tra centro e periferia, superando le confusioni dei ruoli e abbandonando la retorica fumosa sul federalismo. Diamo responsabilità effettive dove servono, a chi le può esercitare sotto l’impulso e il controllo dei cittadini: al governo centrale, alle regioni e ai sindaci. Eliminiamo le strutture inutili, completando l’opera appena avviata dal Governo Monti di aggregazione degli enti intermedi, drastica riduzione delle province e degli organi periferici dello Stato. Riformiamo da subito il Patto di Stabilità, in coerenza con il sistema dei conti europeo, premiando i Comuni virtuosi che hanno i conti a posto e vogliono investire sul loro futuro.

2. L’EUROPA DAL BASSO

L’azione del governo in carica ha coinciso con un netto recupero della credibilità internazionale del nostro Paese. In particolare, a livello europeo, l’autorevolezza di Mario Monti ha facilitato l’assunzione di decisioni importanti, che vanno nella giusta direzione.
In una fase nella quale è necessario assumere decisioni di portata storica sul futuro dell’Europa, però, è necessario che queste godano della piena legittimazione democratica che solo un governo politico, scelto dai cittadini, può garantire.
La crisi dell’euro ha mostrato che la costruzione europea è ancora imperfetta e deve essere completata, sulla linea di quello che avevano immaginato i padri fondatori. Per superare la crisi ci vuole più Europa, non meno Europa. Il problema è che la crisi ha fatto risorgere i nazionalismi, nelle opinioni pubbliche, nei media, nelle classi politiche. L’idea di poter costruire l’Europa dall’alto, attraverso meccanismi di natura puramente tecnocratica si è rivelata un’illusione. Oggi l’emergenza richiede di attivare gli strumenti per far fronte alla crisi finanziaria, ma sul medio periodo è l’intero processo di costruzione europea che dev’essere ripensato.
Proponiamo pertanto due linee strategiche: la prima legata all’emergenza finanziaria; la seconda alla ripresa del processo d’integrazione su basi più solide.

a. Istituzioni europee al servizio della stabilità e della crescita.
Le decisioni della BCE hanno ridotto il rischio sistemico, per quei paesi che sono disposti a prendere le misure di risanamento finanziario e strutturali necessarie per far parte dell’Unione monetaria. Questo però non basta. L’euro ha mostrato altri elementi di fragilità. Il primo è la mancanza di un sistema finanziario e bancario integrato. A farne le spese sono stati i contribuenti, che hanno dovuto sostenere sistemi nazionali inefficienti e mal vigilati.
Per far fronte a questo problema la Commissione europea ha proposto l’integrazione della vigilanza europea presso la BCE. E’ un passo importante, che va sostenuto. Ma anche questo non basta. Ci vuole anche un sistema integrato di risoluzione delle crisi bancarie, a livello di unione monetaria,che riduca i costi per i contribuenti derivanti dalle crisi bancarie e favorisca soluzioni più efficienti e di mercato. Altrimenti saranno sempre i più deboli a pagare. Bisogna anche rafforzare il processo di integrazione dei bilanci pubblici. Il fiscal compact va bene, perché pone vincoli alla tentazione di aumentare il debito, ma non affronta il problema di come far fronte a shock sistemici come quello che stiamo attraversando, che si ripercuotono sulle finanze pubbliche dei paesi membri dell’Unione. Il fondo salva-stati (EFSF/ESM) non ha una dimensione sufficiente. Bisogna dunque lavorare su un sistema di assicurazione reciproca, che in ultima istanza può sfociare su titoli di debito comuni (Eurobond), la cui emissione sia soggetta a vincoli comunitari e venga svolta da un’agenzia del debito europea.

b. Un nuovo modello di integrazione: fare gli europei.
Bisogna riportare una vocazione europea nella cooperazione politica tra i paesi membri, ponendo obiettivi di unificazione politici di lungo periodo e individuando un percorso istituzionale che conduca:
1. all’elezione diretta da parte dei cittadini europei di una figura che sommi le cariche di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo;
2. alla piena iniziativa di legge per i componenti del Parlamento europeo e alla sua sua riforma in senso bicamerale;
3. ad una vera politica estera e di difesa comune. L’ingegneria istituzionale, però, non basta. I cittadini europei stanno vivendo una fase di grande diffidenza nei confronti delle istituzioni europee della quale bisogna tener conto.
Fatta l’Europa, bisogna fare gli europei. Il progetto che ha dato i migliori risultati, contribuendo un vero spirito europeo negli oltre tre milioni di studenti che ne hanno beneficiato in un quarto di secolo è il programma Erasmus. E’ su quella falsariga che bisogna proseguire, se vogliamo davvero arrivare a una vera integrazione dei popoli. Non nel corso di una legislatura, certo, ma di una generazione.
4. Investire sul capitale umano: un quarto degli studenti all’università siano di altri paesi europei. Proponiamo che l’Unione Europea finanzi un nuovo programma di mobilità internazionale, molto più ambizioso di quelli attualmente in essere, con borse di studio e prestiti sull’onore, che consenta al 25% degli studenti di ciascun paese di studiare in un’università di un altro paese UE.
5. Un servizio civile europeo. 6 mesi, su base volontaria, per aiutare a costruire la nuova società europea sul modello della proposta avanzata da Daniel Cohn- Bendit e da Ulrich Beck.
6. L’Europa del lavoro e dei diritti. L’Europa deve porsi la questione di come venire incontro ai problemi di milioni di disoccupati, soprattutto giovanili. Ciò non significa che tutti i problemi possano essere affrontati a quel livello, ma che è giunto il momento di dar vita a un progetto comune, in grado di integrare le politiche del lavoro talvolta inadeguate e inefficienti che vengono messe in atto in alcuni paesi. E’ necessario rifinanziare e ridefinire in modo più incisivo gli interventi del Fondo Sociale Europeo.

3. LE PREMESSE DEL RILANCIO

Avere una visione per l’Europa non dev’essere un pretesto per non parlare dell’Italia. La crisi italiana trova solo in parte le sue origini nella congiuntura internazionale. Il nostro vero problema ha carattere strutturale e deriva dal progressivo calo del potenziale di crescita italiano registrato negli ultimi 15 anni, connesso alla difficoltà di adeguare la struttura produttiva italiana ai cambiamenti avvenuti su scala globale. L’economia italiana è tra i paesi con il potenziale di crescita meno sfruttati d’Europa e sta soffrendo più di altri per il generale rallentamento ciclico.
Il debito pubblico italiano ha raggiunto circa il 124% del Prodotto Interno Lordo. I mercati sanno peraltro che il livello effettivo è più alto – di circa 3-4 punti – a seguito dei debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti dei fornitori, i cui pagamenti vengono ritardati.
La credibilità del risanamento finanziario è la premessa di ogni ragionamento sul rilancio dell’economia. Tale credibilità richiede un impegno continuo per la riduzione del debito pubblico, che è il peso maggiore che le nuove generazioni devono sopportare, pagando un caro prezzo per gli errori del passato. Chi vuole governare deve prendersi un impegno chiaro di non scaricare sulla prossima generazione il peso dell’aggiustamento, come ha fatto chi ha governato in passato.

a. Ridurre il debito attraverso un serio programma di dismissioni del patrimonio pubblico.
Devono essere messe in atto tutte le misure necessarie affinché il debito pubblico cali in modo significativo, anno dopo anno, anche negli anni in cui la congiuntura è sfavorevole, in particolare i prossimi due. Per mantenere tale impegno è necessario mettere in atto un’efficace politica di dismissioni del patrimonio pubblico. Stime credibili (Astrid) ritengono possibile una riduzione del debito al 107% del Pil entro il 2017 e un’ulteriore calo negli anni successivi attraverso un mix di interventi.
In particolare, sul versante degli asset del patrimonio è possibile ipotizzare:
1. la cessione di immobili pubblici per circa 72 miliardi di euro (alla quale deve accompagnarsi una indispensabile revisione delle procedure burocratiche e urbanistiche in assenza della quale ogni valorizzazione di questo patrimonio è impossibile);
2. la cessione di partecipazioni in aziende quotate e non quotate per circa 40 miliardi euro;
3. la capitalizzazione delle concessioni statali per circa 30 miliardi.

b. Un Fondo per la riduzione della pressione fiscale e un’unica Agenzia per combattere l’evasione.
L’onere del risanamento deve ricadere soprattutto su chi ha finora evaso i propri doveri di cittadino. La lotta all’evasione deve essere rafforzata e i benefici di tale lotta devono essere distribuiti soprattutto a chi ha finora sempre pagato, in particolare le classi meno abbienti. Per questo proponiamo la costituzione di un Fondo per la riduzione della pressione fiscale (v. infra 7.c.): i cittadini devono vedere in concreto che se tutti pagano le tasse, ciascuno ne paga di meno, ed essere così coinvolti nella lotta all’evasione.
Per rafforzare la lotta all’evasione proponiamo di integrare strettamente l’investigazione e l’esazione, oggi frazionate tra Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza da una parte e giustizia tributaria e giustizia ordinaria dall’altra. E’ necessario andare verso un’unica agenzia che abbia anche poteri di coordinamento della Guardia di Finanza. Il personale mobilitato nella lotta all’evasione dovrà essere di assoluta eccellenza, adeguatamente incentivato sul recupero dell’evasione e organizzato sia su base territoriale che per settori merceologici. Le strutture saranno fornite di dotazioni tecnologiche di avanguardia che consentano di incrociare le dichiarazioni dei redditi con i dati rilevanti del contribuente (consumi di energia, transazioni bancarie, beni posseduti, collaboratori domestici, ecc.) per identificare i sospetti evasori su cui la Guardia di Finanza potrà effettuare controlli mirati.

c. Dalla spending review alla spending view.
La spending review varata dal Governo in carica ottimizza la spesa esistente, ma non entra nel merito della sua utilità: è un provvedimento tecnico e non politico. In particolare non mette in questione la strategia e l’entità degli investimenti pubblici -50/60 miliardi all’anno di spesa – né considera l’efficacia dei contributi europei – 15-20 miliardi di fondi all’anno – frammentati in centinaia di migliaia di trasferimenti di piccola entità e di dubbia utilità.
La nostra proposta ha invece l’obiettivo di ripensare sostanzialmente il modello di sviluppo fin qui seguito, riallocando risorse verso i ceti produttivi, riducendo in modo sostanziale l’area dell’intermediazione politica delle risorse dello Stato. Più mercato e più solidarietà, riducendo la spesa intermediata. Riteniamo realistici i seguenti obiettivi:
1. Una riduzione del 10% dei consumi intermedi (cioè acquisti di beni e servizi) per la spesa corrente. Base aggredibile: 120 miliardi. Obiettivo di risparmio: 12 miliardi all’anno
2. Una riduzione del 20-25% degli investimenti e dei trasferimenti alle imprese. Base aggredibile: 60-70 miliardi. Obiettivo di risparmio: 12-16 miliardi
3. Una riallocazione produttiva di 50% dei fondi europei. Base aggredibile: 15-20 miliardi. Obiettivo risparmio: 7-10 miliardi
4. Una riduzione dell’area del pubblico impiego, senza licenziamenti e senza esuberi, ma con estensione del part time, riduzione del numero dei dirigenti e limitazione del turn over, con esclusione della scuola, e migliore mobilità territoriale del dipendente pubblico. Obiettivo di risparmio 4 miliardi
5. Un recupero dell’evasione fiscale del 25-30 per cento. Base aggredibile: 120 miliardi. Obiettivo di risorse recuperate 30-36 miliardi.

4. INVESTIRE SUGLI ITALIANI

Oggi tutti invocano la crescita, ma invocare la crescita è come invocare la pace nel mondo: dà soddisfazione ma non vuol dire nulla. Il punto è capire come. Storicamente l’Italia è cresciuta grazie a un’unica cosa: il talento e le capacità degli italiani. Il vero problema del nostro Paese, oggi, non è la crisi dei mercati. E lo spreco più grave non è di natura economica. Il vero problema è che non stiamo valorizzando il potenziale degli italiani.
Una parte troppo ampia delle capacità degli italiani è mortificata da un sistema ingiusto e ottuso che, a tutti i livelli, schiaccia anziché favorire l’impegno e le aspirazioni di ciascuno di noi. Proviamo ad immaginare un ciclo vitale nel quale, ad ogni stadio, anziché distruggerlo, il sistema pubblico incoraggi la formazione di capitale umano, ampli lo spettro delle scelte a disposizione delle persone, liberi il loro potenziale. A cosa assomiglierebbe?

a. Partire col piede giusto: dare al 40% dei bambini sotto i tre anni un posto in un asilo pubblico entro il 2018.
L’Italia combina attualmente due primati negativi: una bassissimo tasso di natalità e, al tempo stesso, un bassissimo tasso di occupazione femminile. In più, i test internazionali ci dicono che, da noi, lo sviluppo cognitivo dei bambini è più condizionato che altrove dalle origini familiari. In Italia, solo il 12 per cento dei bambini sotto i tre anni ha accesso a un nido pubblico, in un’età che tutti gli studi confermano essere la più importante di tutte per l’investimento in capitale umano. Ecco perché proponiamo di passare dal 12 al 40% di copertura creando 450.000 nuovi posti. Il costo stimato sarebbe di 3 miliardi l’anno di spese correnti. Elevato ma sostenibile in una manovra complessiva da 75-90 miliardi come quella che proponiamo. Il costo di investimenti (spesa in conto capitale) di 13 miliardi è anch’esso sostenibile se ripartito su 5 anni.

b. Una scuola dove si impara davvero.
La scuola è il terreno sul quale si gioca il futuro del nostro Paese.
Bisogna tornare ad investire, ma farlo con modalità nuove, che mettano al centro la qualità dell’educazione che diamo ai nostri figli. E’ davvero un paradosso, quello di una scuola nella quale si danno voti a tutti, ma non alla qualità dell’insegnamento e delle strutture scolastiche. Gli istituti scolastici devono godere di un’ampia autonomia, anche riguardo alla selezione del personale didattico e amministrativo, con una piena responsabilizzazione dei rispettivi vertici e il corrispondente pieno recupero da parte loro delle prerogative programmatorie e dirigenziali necessarie. Questo obiettivo va preparato attraverso una fase transitoria nella quale si incominci a responsabilizzare gli istituti scolastici mediante una valutazione della performance gestita da una struttura indipendente centralizzata. Perciò proponiamo:
1. un forte investimento sulla scuola e, in particolare, sulla formazione e l’incentivazione degli insegnanti, sull’edilizia scolastica (v. infra 5. c.) e sull’upgrade tecnologico della didattica;
2. la valutazione degli istituti scolastici attraverso il completamento e il rafforzamento del nuovo Sistema di Valutazione centrato sull’azione di Invalsi e Indire, con la prospettiva di avvicinare gradualmente il nostro modello a quello britannico centrato sull’azione della Ofsted;
3. incentivi ai dirigenti scolastici basati sulla valutazione della performance delle strutture loro affidate;
4. una revisione complessiva delle procedure di selezione e assunzione dei docenti, basata sulle competenze specifiche e sull’effettiva capacità di insegnare;
5. una formazione in servizio per gli insegnanti obbligatoria e certificata, i cui esiti devono contribuire alla valutazione dei docenti e alle progressioni di carriera, basata su un mix di: aggiornamento disciplinare, progettazione di percorsi con altri colleghi, aggiornamento sull’uso delle nuove tecnologie per la didattica, incontri con psicologi dell’età evolutiva o con medici per capire come affrontare handicap o disturbi di apprendimento sui quali la scienza ha fatto progressi.
6. la valutazione e incentivazione degli insegnanti, attivando in ciascun istituto scolastico un meccanismo finalizzato all’attribuzione di un premio economico annuale agli insegnanti migliori, scelti da un comitato composto dal preside, da due insegnanti eletti dagli altri (cui andrà il 50% del premio e che non potranno ovviamente essere selezionati per il premio intero) e da un rappresentante delle famiglie eletto dalle stesse, sulla scorta del progetto pilota “Valorizza”, già sperimentato in quattro province nel corso del 2010-2011.

c. Eliminare la formazione che serve solo ai formatori.
Esiste un’offerta molto ampia di corsi di formazione professionale che vivono solo per mantenere in vita le organizzazioni che organizzano i corsi senza nessun beneficio pubblico. Bisogna spostare le risorse da questo ambito in altri dove possono produrre benefici reali, in particolare sulle competenze tecniche e artigianali che rappresentano la vera forza del modello produttivo italiano. Rilevazione sistematica del tasso di coerenza tra la formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, a sei mesi e tre anni dalla fine del corso, e pubblicazione online di questi dati in modo che tutti possano conoscere i risultati del passato recente prima di scegliere un corso.

d. Rilanciare l’università e la ricerca.
L’Italia, che in molti settori dell’industria e del commercio è ai vertici mondiali, non è ugualmente rappresentata ai vertici delle classifiche delle istituzioni universitarie e di ricerca. Nelle istituzioni estere che si trovano ai vertici di tali classifiche, invece, lavorano molti ricercatori italiani, incapaci di trovare una posizione adeguata in Italia, mentre – salvo rarissime eccezioni – non si trovano ricercatori stranieri nelle istituzioni italiane.
1. Mettere a punto un sistema di valutazione delle università e sostenere quelle che producono le ricerche migliori. L’Italia spende per l’università e la ricerca meno dei grandi paesi con cui dobbiamo confrontarci, ma questo non è il solo problema. Il reclutamento dei ricercatori è spesso viziato da logiche familistiche e clientelari. Le risorse vengono disperse tra centri di eccellenza e strutture improduttive. Anche in questo campo si devono introdurre meccanismi competitivi. I dipartimenti universitari che reclutano male devo sapere che riceveranno sempre meno soldi pubblici. Deve essere chiaro che chi recluta ricercatori capaci di farsi apprezzare in campo internazionale ne riceverà di più. È un risultato che si può ottenere usando indicatori quantitativi sulla qualità della ricerca prodotta sul modello dell’Anvur e il parere di esperti internazionali autorevoli e fuori dai giochi. L’obiettivo è avere una comunità scientifica meno provinciale, che esporta idee e attrae talenti.
2. Consentire la scommessa degli atenei e degli studenti sulla qualità della formazione. Agli atenei che vi sono interessati deve essere consentito di aumentare le tasse universitarie in funzione di progetti di eccellenza didattica, trovando al tempo stesso compensazioni per le famiglie con redditi medi o bassi. Agli studenti devono essere offerti prestiti per coprire integralmente i costi, prevedendo che la restituzione rateizzata – parziale o integrale – inizi solo quando essi avranno raggiunto un determinato livello di reddito.
3. Consentire a tutti gli studenti universitari di finanziarsi gli studi e le tasse. Obbligo per le Università di stabilire accordi con almeno tre banche (di cui almeno una locale e almeno una nazionale) per i finanziamenti agli studi universitari, garantiti da un fondo pubblico di garanzia.
4. Incentivi fiscali per contributi alla ricerca universitaria. Detrazione dalla base imponibile di quanto donato alle università e tassazione agevolata per chi investe negli spin-off universitari.
5. Un fondo nazionale per la ricerca gestito con criteri da venture capital. Istituire un fondo nazionale per la ricerca che operi con le modalità del venture capital e sia in condizione di finanziare i progetti meritevoli al di fuori delle contingenze politiche.

e. Promuovere l’accesso al lavoro di giovani, donne e over 55.
Da noi lavora solo il 57% delle persone tra 15 e 64 anni, contro il 70% della Germania o del Regno Unito – questo significa che ci sono da noi 5 milioni di lavoratori in meno. È un dato ancor più allarmante di quello del tasso di disoccupazione. Vuol dire che in Italia molti hanno rinunciato: i ne-ne (né studenti, né lavoratori) giovani, le donne con o senza figli, i cinquantenni e sessantenni precocemente espulsi dal mondo del lavoro.
1. Per le donne, la maternità costituisce una delle principali cause dell’abbandono del mercato del lavoro. Il nostro piano asili nido (v. supra 4.a.) ha l’obiettivo non solo di migliorare lo sviluppo cognitivo dei bambini ma anche di ridurre fortemente il tasso di abbandono del lavoro delle mamme. Inoltre, in funzione delle risorse disponibili, valuteremo la detassazione selettiva dei redditi di lavoro femminile secondo il modello proposto nel d.d.l. n. 2102 presentato al Senato che prevede un’azione positiva fino al raggiungimento del tasso di occupazione femminile del 60% (oggi è al 45%).
2. Per i giovani. Al fine di combattere la precarietà e ridurre il cuneo fiscale, tutti i nuovi contratti a tempo indeterminato avranno un bonus contributivo di 1000 euro l’anno, cioè cento euro al mese, per tre anni, con una riduzione del costo contributivo di circa il 20 per cento per gli operai e del 15 per cento per gli impiegati secondo i dati della CGIA di Mestre. Il finanziamento di questo intervento pari a 1,5 miliardi avverrà tagliando la spesa pubblica. Tale bonus sarà aumentato di ulteriori 200 euro per le aziende che tramutino in contratti a tempo indeterminato una quota superiore al 40 per cento dei contratti a tempo determinato in essere alla fine dell’anno 2012. Sono inoltre necessari un forte impulso ai servizi di orientamento scolastico e professionale e la drastica riduzione dei costi di transazione relativi ai rapporti di apprendistato; il lancio di un programma di formazione mirata agli skill shortages, finanziato progressivamente secondo la straordinaria esperienza olandese dell’ultimo ventennio.
3. Per gli over-55, occorre consentire l’intreccio tra lavoro parziale e pensionamento parziale, flessibilizzazione dell’età pensionabile secondo il modello svedese, forte incentivazione economica dell’assunzione dei sessantenni, promozione della domanda di servizi che valorizzino l’esperienza degli over 55.

5. UN NUOVO PARADIGMA PER LA CRESCITA: PARTIRE DAL BASSO, SMANTELLANDO LE RENDITE

a. Sostenere il potere d’acquisto degli italiani
Negli ultimi anni le famiglie italiane hanno visto il loro potere d’acquisto letteralmente crollare, tornando nel primo trimestre del 2012 al livello del 2000. Questo impoverimento ha portato a una riduzione del tasso di risparmio, mai così basso, e dei consumi. E’ purtroppo certo che ci aspetta, almeno per il prossimo futuro, un ulteriore peggioramento.
In una situazione come questa è assolutamente prioritario intervenire per sostenere il reddito disponibile delle famiglie, soprattutto dei lavoratori dipendenti con reddito medio e basso.
1) 100 euro al mese in più per chi ne guadagna meno di duemila. La nostra proposta è di ridurre l’imposizione tributaria sui lavoratori dipendenti che percepiscono meno di 2000 euro netti al mese per un ammontare di 100 euro al mese. La forma tecnica della riduzione sarà una detrazione ulteriore, e non un cambio di aliquote per poterla riservare solo ai lavoratori di queste fasce di reddito. Stimiamo la platea interessata tra 15 e 16 milioni di lavoratori. Il costo della detrazione sarebbe quindi attorno a 20 miliardi di euro all’anno che proponiamo di finanziare attraverso il taglio della spesa pubblica “intermediata” (v. supra 3. c.).
2) Liberalizzare davvero per far scendere le tariffe. Nel corso degli ultimi anni, le tariffe delle attività regolate e dei mercati non pienamente concorrenziali sono cresciute a dismisura. Alcuni esempi: assicurazioni crescita prezzi del 48 per cento, banche 40 per cento, ferrovie 47 per cento, raccolta delle acque 67 per cento, rifiuti 57 per cento. E’ chiaro che una crescita delle tariffe sempre superiore alla crescita degli stipendi non è né equa, né sostenibile. Chiederemo quindi che le Authority di settore, cooperando con l’Antitrust, indaghino sull’evoluzione delle tariffe negli ultimi dieci anni e propongano azioni regolatori per allinearla all’andamento dell’inflazione programmata.
E’ necessario inoltre proseguire ed intensificare la politica di apertura dei mercati dei beni e dei servizi, ivi compresi quelli resi da lavoratori autonomi e liberi professionisti.

b. 250 miliardi di credito garantito per le aziende.
Oggi molte imprese, anche sane, soffrono, ed in alcuni casi chiudono, perché il credito non è disponibile e, quando disponibile, è erogato a condizioni molto onerose. Tante aziende sono inoltre messe in difficoltà dai crediti verso la Pubblica Amministrazione. In queste condizioni, competere con i tedeschi e gli olandesi è quasi impossibile.
Riteniamo che l’accesso al credito nel 2012 e 2013, sarà una delle leve principali per consentire alle piccole imprese di sopravvivere e per avviare un nuovo ciclo di crescita. Per questo motivo prevediamo di riallocare su fondi di garanzia del credito almeno 20 miliardi dei fondi europei, in modo da garantire almeno 250 miliardi di crediti a piccole e medie aziende, dando all’imprenditoria sana, in particolare nel Sud, l’ossigeno per ripartire, a tassi competitivi con le imprese tedesche e francesi. Il progetto è composto di due pilastri:
1. Costituire dei Fondi di garanzia del Credito in ciascuna Regione – capitalizzati con 20 Miliardi di Euro complessivi, sulla base del programma europeo Jeremie (Joint European Resources for Micro to Medium Enterprises). Verranno così garantiti al 50 o al 75% crediti fino a 5 milioni, lasciando una quota di rischio sulla banca d’origine che sarà quindi incentivata a selezionare imprese sane.
2. Chiedere alle banche partecipanti di applicare alla propria clientela prezzi “calmierati” che riflettano i vantaggi del programma (liberazione di capitale, riduzione del rischio creditizio in bilancio e accesso al finanziamento BCE).
c. Smentire Longanesi: dalle grandi opere ai grandi risultati.
Leo Longanesi diceva che l’Italia è un Paese di inaugurazioni, non di manutenzioni. Noi proponiamo di smentirlo puntando sulle innumerevoli piccole e medie opere delle quali il Paese ha davvero bisogno. Non è detto che lo sviluppo dipenda solo da grandi opere per le quali non esistono, nella maggior parte dei casi, neppure le più elementari valutazioni d’impatto economico. L’Italia spende una cifra spropositata in trasporti e infrastrutture: quasi il 3% del Pil in confronto all’1,86% della Germania e all’1,70% della Francia. E’ una spesa non sempre necessaria e altamente inefficiente, se si pensa che il costo al chilometro delle autostrade è il doppio di quello spagnolo, mentre quello della TAV è stato stimato 3 o 4 volte quello francese e spagnolo. Negli ultimi vent’anni abbiamo speso l’equivalente di 800 miliardi di euro in infrastrutture, con risultati tutt’altro che soddisfacenti.
Noi proponiamo di invertire la rotta con tre mosse:
1. Dare la priorità alle manutenzioni e alle piccole e medie opere, come, a titolo di esempio: la costruzione di asili nido (v. supra, 4.a.), interventi per decongestionare il traffico e per il trasporto pubblico locale, per il recupero ambientale, la messa in sicurezza di edifici in aree critiche o l’efficienza energetica.
2. Scegliere le grandi opere che servono davvero. Rivedere il piano delle infrastrutture chiedendo che una commissione internazionale di esperti fornisca un parere indipendente su costi, rischi vantaggi e benefici di proposte alternative. Mettere a punto un modello di copartecipazione al finanziamento delle amministrazioni locali che beneficiano degli investimenti per evitare il fenomeno “tanto paga Roma”.
3. Puntare sulle infrastrutture del futuro. – Banda larga. Realizzazione di un Next Generation Network (NGN) messo a disposizione di tutti gli operatori di telecomunicazioni a parità di condizioni tecniche ed economiche e di proprietà di un soggetto esclusivamente pubblico senza fine di lucro e non scalabile promosso da Cassa Depositi e Prestiti,. Impiego di un mix di tecnologie per coprire il digital divide effettivo. – Smart mobility. Sul modello delle esperienze sviluppate in diverse città europee. – Energia. Ammodernamento della rete elettrica e del mercato per ridurre il costo della bolletta, spingendo sullo sviluppo della generazione distribuita ad alta efficienza (così da minimizzare i costi di produzione), individuando un nuovo paradigma di sistema elettrico che superi il modello di produzione accentrata ed i conseguenti costi in infrastrutture, consentendo progressivamente di ridurre i costi di trasporto, dispacciamento e bilanciamento. L’obiettivo è di costruire una politica energetica che superi il livello nazionale, per integrare i sistemi energetici continentali e per realizzare l’interconnessione dell’intero spazio mediterraneo.

d. Riaprire l’Italia agli investimenti stranieri.
Se l’Italia riuscisse ad allinearsi a un Paese europeo in posizione mediana nella graduatoria per capacità di attirare gli investimenti stranieri come l’Olanda, questo significherebbe avere ogni anno un flusso aggiuntivo di investimenti in entrata di quasi 60 miliardi di euro, con la conseguente apertura di centinaia di migliaia di posti di lavoro e l’avvio di molti piani industriali fortemente innovativi. Per raggiungere questo risultato occorre, prima di ogni altra cosa, migliorare l’efficienza delle amministrazioni pubbliche, semplificare la legislazione fiscale e quella del lavoro, armonizzandole agli standard europei e rendendole leggibili in inglese; occorrono inoltre precise politiche pubbliche di attrazione degli investimenti, secondo le linee indicate dal Comitato Investitori Esteri.

6. IL WELFARE COME INVESTIMENTO SULLE PERSONE

Un welfare orientato all’obiettivo di consolidare la coesione sociale e contrastare ogni fattore di discriminazione non si limita a fornire ai cittadini in condizioni dirischio assistenza e sussidi economici secondo una logica risarcitoria, ma guarda in maniera dinamica e attiva alla valorizzazione di ogni persona come risorsa per sé e per la comunità, qualsiasi sia la sua condizione: anagrafica, economica, formativa, di salute.
Così inteso, il welfare non si traduce in forme di sostegno episodiche, ma in un percorso di inclusione in un progetto di sviluppo e di “occupabilità” permanente (employability), recuperando risorse sociali apparentemente compromesse, creando opportunità di formazione e crescita continua, concretizzando l’aspirazione di tutti alla piena realizzazione della propria esistenza.
L’Italia non deve essere il paese del privilegio e delle rendite di posizione. I cittadini, e soprattutto i bambini, devono avere le stesse opportunità in modo da poter sviluppare il loro potenziale e le loro inclinazioni e in modo da trovarsi tutti nelle condizioni di perseguire i propri ideali, i propri obiettivi e le proprie aspirazioni. Senza lasciare indietro nessuno e senza che la vita di nessuno dipenda dalla condizione professionale e dalle disponibilità economiche delle generazioni precedenti.
Un sistema di welfare così inteso può rivelarsi un formidabile fattore di sviluppo sociale ed economico, un vero e proprio “Investimento Sociale”, come previsto dalla Strategia Europa 2020.

a. Locale: la vera dimensione del welfare.
Quanto più la “lettura” dei bisogni avviene in prossimità dei contesti e delle situazioni in cui questi si manifestano, tanto più è corretta, tempestiva nell’individuare i cambiamenti, utile a organizzare risposte concrete.
E’ per questo che quella locale è la dimensione propria del welfare, dove il valore delle relazioni, dell’attitudine a collaborare e a condividere competenze e risorse costituisce un patrimonio riconosciuto, che consente di costruire sistemi efficienti.
Le numerose e positive esperienze maturate in molte delle nostre comunità nell’organizzazione e nella gestione di questi sistemi di welfare locale devono quindi orientare l’elaborazione di un nuovo modello di welfare nazionale, che diffonda le migliori pratiche e favorisca la sintesi dei tanti, spesso troppi livelli, che attualmente si sovrappongono nell’attribuzione delle competenze in questo cruciale settore.
Le forme di welfare pubblico dovranno essere integrate dalle esperienze più virtuose provenienti dal mondo del welfare privato (senza che quest’ultimo vada a sostituire il welfare pubblico). Sono ormai estremamente diffuse soprattutto nelle regioni del Nord forme di complementarità al welfare pubblico sviluppate, da parte delle imprese, delle cooperative, delle associazioni del non-profit (cd. “welfare aziendale, sindacale, cooperativo”).
Su questo versante, occorre:
1. semplificare la legislazione sul Terzo Settore a partire da una vera attuazione della legge sulla Impresa Sociale bloccata da anni da veti ideologici, ma in grado di contribuire alla creazione di nuova e soprattutto “buona” occupazione;
2. riformare organicamente la disciplina delle associazioni, delle fondazioni e delle altre istituzioni di carattere privato senza scopo di lucro riconosciute come persone giuridiche, delle associazioni non riconosciute come persone giuridiche (libro I Titolo II del codice Civile);
3. favorire nuove formule per le “clausole sociali” negli appalti pubblici per garantire sempre più opportunità lavorative per le fasce deboli del mercato del lavoro;
4. creare patti territoriali nel sociale che superino gli attuali piani di zona e che abbiamo la capacità di coinvolgere tutti i soggetti pubblici,privati e del privato sociale (Terzo Settore e Non profit) per la costruzione di un Welfare plurale ed attivo.

b. Partire col piede giusto: dare al 40% dei bambini sotto i tre anni un posto in asilo pubblico entro il 2018. (v. supra, 4. a.).

c. I nuovi servizi alla persona.
In Italia vi è una grandissima richiesta di servizi alla persona e alla collettività, che resta però inespressa, nel mercato del lavoro regolare ordinario: assistenza continuativa per non-autosufficienti, assistenza diurna per figli di madri-lavoratrici, insegnamento informatico per anziani e disabili, protezione notturna contro il vandalismo, manutenzione del verde urbano.
A fronte di una domanda per questo tipo di mansioni esiste un’ampia offerta di lavoro a basso costo. L’incontro di questa domanda e di questa offerta può essere notevolmente migliorato mediante due tipi di iniziative: – secondo il modello dei voucher dell’Agence des Services à la Personne francese, attivando strumenti efficienti di mediazione al livello regionale, provinciale e comunale; – secondo il modello scandinavo, attivando servizi di fornitura di prestazioni personali di servizio in forma di collaborazione autonoma continuativa, gestiti da Comuni e Province, e attivando al contempo una forma efficace di monitoraggio cogestito con il sindacato, idonea a escludere che possa derivarne nel mercato un effetto di sostituzione di domanda di lavoro professionale con lavoro dequalificato e sottopagato.

d. Sperimentare sul serio la flexsecurity.
Proponiamo la sperimentazione, in tutte le imprese disponibili, per i nuovi insediamenti e/o le nuove assunzioni, di un regime ispirato al modello scandinavo: tutti assunti a tempo indeterminato (tranne i casi classici di contratto a termine), a tutti una protezione forte dei diritti fondamentali e in particolare contro le discriminazioni, nessuno inamovibile; a chi perde il posto per motivi economici od organizzativi un robusto sostegno del reddito e servizi di outplacement per la ricollocazione.

e. Sanità.
La qualità e disponibilità di servizi sanitari è sicuramente uno dei maggiori punti di tensione per gli italiani. Un problema centrale è la disomogeneità dei servizi sanitari nel Paese ed il sistema di ripartizione delle risorse in base alla sola spesa storica per abitante, anziché in base al livello e alla qualità dei servizi. Dobbiamo abbandonare il criterio dei tagli lineari a favore di una definizione di standard su costi/efficacia. Giova ricordare che a fianco della spesa per il Sistema Sanitario Nazionale, esiste una spesa sanitaria pagata privatamente dai cittadini (tickets, diagnosi e cure non coperte dal SSN, farmaci non rimborsati, spese odontoiatriche, etc.) che viene stimata per il 2012 in circa 45-50 M.di €.
Proponiamo un quadro di interventi strutturali coordinati come segue:
1. Finanziamento del Sistema Sanitario Nazionale basato su costi di spesa standard resi coerenti con le indicazioni nazionali attraverso i LEA.
2. Finanziamento dei vari Sistemi Sanitari Regionali derivante da fiscalità locale, cui aggiungere un Fondo di Perequazione nazionale (dalla fiscalità generale) per i costi Ministeriali e per perequare fra i vari SSR, le differenze dovute alle diverse capacità di tassazione regionale, gestendo questa perequazione come chiave di controllo dei vari SSR.
3. Fare dell’appropriatezza delle prestazioni sanitarie un cardine per il controllo del Fondo di perequazione.
4. Punire forti perdite sino al default dei vari SSR, con il commissariamento delle Regioni, definendo un Albo nazionale dei Direttori Generale ed Amministrativi e dei Direttori Sanitari cui dover attingere per le nomine, da parte delle Regioni.
5. Riduzione in modo non lineare e non discriminante per le Regioni più virtuose dei posti letto con un target complessivo nazionale 10% pari a circa 20.000 posti letto, da trasformare in parte in posti di ricovero a bassa intensità assistenziale.
6. Valorizzazione del lavoro di filtro medico-diagnostico svolto dai medici di famiglia sul territorio.
7. Utilizzo delle leva delle Spese sanitarie del SSN e dei vari SSR per incentivare lo sviluppo di una industria tecnologica italiana delle Life Sciences. La spesa per la Sanità non solo come costo ma anche come strumento di sviluppo.

f. Pensioni.
La riforma previdenziale introdotta da Elsa Fornero non verrà messa in discussione. Era necessario ripristinare la sostenibilità finanziaria (soprattutto per le nuove generazioni) del sistema pensionistico, a fronte dell’aumento consistente dell’età anagrafica del nostro paese. Il problema dei cd. “esodati” dovrà tuttavia trovare una immediata soluzione.

7. UN FISCO DALLA PARTE DI CHI LAVORA E INTRAPRENDE

La pressione fiscale ha raggiunto un livello insostenibile: uccide le imprese oneste e deprime i redditi dei lavoratori; soffoca l’economia e riduce la crescita. Al tempo stesso abbiamo un fisco che “fa la faccia feroce” con gli onesti e con coloro che commettono uno sbaglio, sommerge gli italiani di norme complicate, ma ancoratroppo spesso lascia i furbi indisturbati. Da sempre la questione dell’evasione fiscale è tra le priorità dei programmi di Governo, ma ancora oggi spesso gli evasori continuano ad evadere. Noi non crediamo ci siano delle “tare genetiche” che fanno degli italiani un popolo di disonesti, crediamo si possa e si debba rifondare il rapporto tra gli italiani ed il fisco creando una grande alleanza tra Stato e ceti produttivi per avere: un fisco più facile e più umano, una maggiore fedeltà fiscale in cambio di aliquote più basse e, per chi non paga le tasse, la certezza di essere trovato. Vediamo come.
Oggi un cittadino o un’impresa che debbano compilare una dichiarazione dei redditi si trova di fronte a un vero rompicapo, spesso è obbligato a rivolgersi ad un’assistenza professionale, di un CAF o di un commercialista. Se un’azienda deve interagire con Agenzia delle Entrate, INPS, INAIl, Camere di Commercio ecc, ogni volta deve compilare dei moduli e rimandare gli stessi dati, spesso con formati diversi. Se il cittadino o l’impresa si trova poi a dover far fronte ad una richiesta di pagamento di Equitalia si trova ad interagire con una struttura burocratica, fredda, con pochissima disponibilità a trovare soluzioni che vengano incontro al cittadino. Non in tutti i paesi è così. Noi vogliamo semplificare l’Italia e per questo proponiamo di creare una Task Force del Ministero Economia che, collaborando con l’Agenzia dell’Entrate, le forze produttive e sociali, gli ordini professionali, introduca anche da noi le migliori tecniche sperimentate in vari paesi per facilitare la vita del contribuente. In particolare prevediamo di introdurre due innovazioni.

a. Ciascun cittadino ha diritto a ricevere una dichiarazione dei redditi pre-compilata dall’Agenzia delle Entrate.
In Cile, in Brasile, in Olanda e in molti altri paesi l’agenzia delle entrate manda ogni anno a ciascun contribuente un modulo precompilato con i redditi del contribuente, le deduzioni, come ad esempio gli interessi sui mutui, e le imposte da pagare. Il contribuente ricevuto il modulo può andare sul sito dell’agenzia, telefonare al call center o scrivere per modificare informazioni errate o integrare informazioni mancanti. Semplice, facile, umano. Come fanno gli altri paesi? Semplice usano l’informatica.

b. Un fisco semplice per le imprese.
1. Introdurre lo Standard Business Reporting. L’azienda alla fine dell’anno si collega telematicamente con il Fisco e scarica i dati. Il fisco calcola le imposte da pagare ed invia una proposta di tassazione che il contribuente può accettare o modificare, discutendo i cambiamenti. Quale il vantaggio? Per l’azienda il fisco diventa facile. L’azienda manda i propri dati in automatico, attraverso il proprio software di contabilità, senza bisogno di lavoro e di fatica. Gli stessi dati che vengono inviati all’INPS, all’INAIL, alle Camere di Commercio, evitando duplicazioni. Per il Fisco si risparmia tempo e denaro che si può dedicare a cercare gli evasori.
2. Ridurre le sanzioni per lo “slittamento di competenza” che oggi rappresentano una quota significativa del contenzioso tributario ed assorbono risorse che sarebbero meglio impegnate nel contrasto alla vera evasione.
3. Semplificare concretamente gli adempimenti tributari relativi al reddito di impresa, agli obblighi IVA, ai versamenti, compensazioni, riscossioni, procedure, contenzioso. Le proposte del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli esperti contabili sono una buona base di partenza.
4. Concordare preventivamente il reddito di impresa. Come in Svizzera potremmo prevedere che le piccole imprese possano concordare un reddito di impresa con l’Agenzia delle Entrate, in aumento rispetto al periodo precedente, ed evitare incertezze e costi amministrativi.
5. Creare una “white list” delle imprese trasparenti. Si potrebbe prevedere una sorta di bonus fiscale per quelle imprese che rispettano dei parametri di trasparenza e di aderenza alle migliori pratiche contabili e che possano quindi rientrare in una lista delle “aziende fiscalmente eccellenti” tenuta dall’Agenzia delle Entrate.

c. Un Fondo per la riduzione della pressione fiscale.
In Italia l’evasione fiscale è di 120 miliardi secondo le stime di Istat e Banca d’Italia. Quello che non si dice è quanto dovrebbero essere le tasse pagate se non ci fosse evasione. In altri paesi, come ad esempio negli Stati Uniti, si calcola il Tax Gap, cioè quali sarebbero state le entrate in un certo anno se tutti pagassero e quanto manca all’appello. Il calcolo è fatto con metodi statistici. Noi proponiamo di definire un obiettivo a 5 anni di riduzione dell’evasione fiscale di un terzo. Cioè di arrivare a recuperare 40 miliardi l’anno di maggiori imposte e di utilizzare una quota significativa di queste risorse per ridurre le aliquote IRPEF.

d. Un’unica agenzia fiscale per il contrasto dell’evasione (v. supra, 3.b.)

8. UNO STATO SEMPLICE DALLA PARTE DEI CITTADINI

Investire sugli italiani, aiutare ogni singolo cittadino a realizzare il suo potenziale implica una rivoluzione copernicana dello stato, con al centro la semplicità e la qualità.

a. Trasparenza totale secondo il modello del Freedom of Information Act.
Qualsiasi documento, anche non ufficiale, e qualsiasi informazione inerente a qualsiasi amministrazione pubblica (con la sola eccezione dei documenti secretati con apposito provvedimento motivato) deve essere accessibile a chiunque, senza necessità di una richiesta motivata; nessun mandato di pagamento può essere efficace se non sarà disponibile on line, corredato da tutta la relativa documentazione.

b. Dal timbro al clic.
La Pubblica Amministrazione italiana è al 25esimo posto (su 34 paesi OCSE) nell’e-government. Oggi nell’informatica della pubblica amministrazione si spendono oltre 5 miliardi di euro l’anno. Soldi spesi male perché ciascun ente, ministero, comune, provincia, fa tutto da solo. E’ tutto frammentato. Si pensi che nella sola amministrazione centrale vi sono oltre 10.000 centri elaborazione dati. Le grandi aziende hanno un solo sistema informatico per decine di paesi. In Italia quasi ogni ASL ha un sistema informatico diverso.
Proponiamo:
1. Un Chief Information Officer (CIO) per la pubblica amministrazione. In Francia è stato creato un dipartimento presso l’ufficio del Primo Ministro, il DISIC, con l’incarico di gestire e razionalizzare l’informatica dei Ministeri. Anche in Italia dobbiamo fare lo stesso. Pensiamo che sia giunto il momento di introdurre anchein Italia il ruolo di CIO – Chief Information Officer – della PA, con il compito di coordinare l’informatica pubblica per digitalizzare i servizi e gestire meglio il welfare, l’educazione, la giustizia, la sanità, i trasporti, la sicurezza.
L’Italia deve replicare le migliori esperienze europee nei progetti di eGovernment, per ridurre burocrazia e costi, mettendo i cittadini al centro del servizio. Per le imprese, i servizi digitali aiuteranno a ridurre le incombenze burocratiche.
2. Inversione dell’onere della prova. Per ogni provvedimento, il default è il digitale. Per fare una cosa non in digitale, nella relazione economica di accompagnamento, bisogna dimostrare che costa meno non farla online.
3. Il digital lifestyle in televisione. Inserire nel contratto di servizio della RAI precisi obblighi di divulgazione del stile di vita digitale che non avvenga solo attraverso contenitori specifici, ma con un vero e proprio “product placement” a 360 gradi (TG, programmi d’intrattenimento, ecc.) in modo da familiarizzare anche le fasce di pubblico meno esposte all’uso quotidiano delle nuove tecnologie.

c. La qualità attraverso la valutazione e il merito.
Il grande vantaggio di essere un Paese arretrato, nel campo dell’amministrazione pubblica, sta nella possibilità di sfruttare l’esperienza dei Paesi più avanzati con tecniche di benchmarking, compiendo in poco tempo il percorso che gli altri hanno compiuto in decenni di sperimentazione e affinamento delle pratiche migliori.
Due esempi:
1. Dirigenti SMART. Nessun incarico dirigenziale potrà essere conferito se non in funzione del raggiungimento di obiettivi specifici e misurabili (SMART: Specific, Measurable, Achievable, Repeatable, Timely); l’attuazione progressiva del programma sarà resa visibile on line con tutti i relativi dati, in modo da poter essere oggetto anche di valutazione da parte di ricercatori, osservatori, associazioni di utenti, privati cittadini – il mancato raggiungimento degli obiettivi costituirà motivo di licenziamento del dirigente, come già prevede l’art. 21 del Testo unico del 2001, e motivo di non rinnovabilità dell’incarico nel caso di contratto a termine – corrispondentemente il management pubblico dovrà essere stimolato a riappropriarsi delle prerogative dirigenziali che gli sono proprie e a esercitarle incisivamente.
2. Una Task Force dei Risultati (Delivery Unit) presso la Presidenza del Consiglio.
Valutare non basta. Bisogna istituire una “unità di risultato” presso la Presidenza del Consiglio, che sia responsabile del raggiungimento degli obiettivi strategici in materia di istruzione, sanità, trasporti e lotta alla criminalità sul modello della Delivery Unit britannica.

c. Semplificare a 360 gradi.
Le leggi statali in Italia sono oltre 21mila. È un numero troppo elevato, doppio o triplo rispetto a quello di altri paesi: in Francia sono meno di 10mila, quelle federali in Germania meno di 5mila. Alle leggi statali vanno aggiunte le circa 25mila leggi regionali, oltre agli atti normativi di livello inferiore. Le leggi e i regolamenti sono troppi, prodotti di continuo e modificati troppo frequentemente, poco coordinati tra loro, mal scritti, interpretati in modo incerto. Si pensa che i problemi si risolvano attraverso la modifica delle norme, piuttosto che la loro applicazione puntuale.
Il disegno di legge S-1873 del 2009 dimostra che il contenuto essenziale del diritto del lavoro può essere concentrato in poche decine di articoli, scritti per essere distribuiti in milioni di copie a tutti i lavoratori, imprenditori e consulenti e immediatamente comprensibili. Lo stesso si può fare in tutti gli altri campi, dal fisco (v. supra, 7) al diritto civile.
Si pensi al caso della Giustizia Civile. Com’è noto, siamo 126esimi dopo il Gabon nella classifica per la durata media dei processi. La relazione del Primo Presidente della Corte di Cassazione all’apertura dell’anno giudiziario 2012 contiene fra gli allegati i dati statistici del Ministero della Giustizia che evidenziano che nel 2011 la durata media dei procedimenti definiti con sentenza in Corte di Cassazione è stata pari a 36,7 mesi (ossia 1101 giorni supponendo una durata media del mese di 30 giorni), ai quali vanno aggiunti 1032 giorni di durata media del procedimento in Corte di Appello e 470 in Tribunale. Totale, 2603 giorni, pari a 86,7 mesi ossia a 7,1 anni.
Si propone:
1) la tendenziale unificazione dei riti. Ve ne sono attualmente più di 30, cioè 30 regole processuali diverse in relazione alla natura, all’oggetto, alla competenza e alla giurisdizione, ecc.. Non si vedono specifiche ragioni di differenziazione del rito per particolare cause. Non occorre specializzare i riti ma i giudici, istituendo sezioni specializzate presso gli organi giudiziari nell’ambito di un procedimento di specializzazione già da tempo avviato nell’organizzazione giudiziaria e imposto anche dalle risoluzioni consiliari di formazione delle tabelle;
2) la semplificazione della parte motivazionale delle sentenze, seguendo il sistema europeo;
3) l’applicazione del decalogo messo a punto dal Tribunale di Torino, che ha consentito una riduzione del 33% del carico pendente in 5 anni (2001-2006), ed è stato premiato dalla Commissione Europea. Esso prevede una serie di norme di comportamento rivolte a giudici e cancellieri, attinenti all’attività di direzione del processo, alla concentrazione delle attività, alla istruttoria del processo, alla conciliazione della lite ecc…

9. IL MODELLO ITALIANO: CULTURA, TURISMO, SOSTENIBILITÀ

[...]

a. Cultura

[...]

b. Turismo.
[...]

c. Sostenibilità
[...]

10. LA GARANZIA DELLA SICUREZZA

[...]

a. Riduzione del numero delle forze di polizia.

[...]

b. Coinvolgere i cittadini.

[...]

c. Un nuovo modello di ordine pubblico per la società multiculturale.

[...]

d. Affrontare le nuove forme della criminalita’ organizzata.

[...]

e. L’importanza del genere nelle politiche di sicurezza.

[...]

f. Giustizia penale nei tempi giusti.

[...]

g. Tolleranza zero per la corruzione.

[...]

11. DIRITTI ALL’ALTEZZA DEI TEMPI

a. Immigrazione e cittadinanza.
1. Chi nasce e cresce in Italia è italiano. Come ha affermato Giorgio Napolitano, le seconde generazioni sono parte integrante della nostra società; si tratta di «giovani che, nati o cresciuti nel nostro Paese, rimangono troppo a lungo legalmente “stranieri”, nonostante siano, e si sentano, italiani nella loro vita quotidiana». Non solo praticano gli stessi sport, tifano per le stesse squadre di calcio, usano lo stesso gergo e indossano indumenti simili ai loro coetanei figli di cittadini italiani. Hanno aspirazioni simili, spesso non hanno conosciuto nessun altra cultura. Chi è nato nel nostro Paese da genitori stranieri deve poter diventare cittadino italiano prima di iniziare la scuola dell’obbligo. Chi è arrivato in Italia da piccolo e ha frequentato due cicli di istruzione nel nostro Paese deve poter diventare cittadino italiano al compimento della maggiore età.
2. Immigrazione intelligente. Si aprano le porte alle competenze delle quali il nostro Paese ha bisogno, da valutare nelle ambasciate e nei consolati italiani nel mondo. 3. Regolare? Permesso veloce. Per permettere a coloro che hanno un lavoro regolare di acquisire un mutuo e di accedere alle altre attività che ne stabilizzino la residenza nel nostro paese.

b. Civil partnership.
Creazione di un istituto che riconosca giuridicamente il legame d’amore ed il progetto di vita delle coppie dello stesso sesso garantendo da questo impegno pubblico diritti e doveri assimilabili a quelli discendenti da matrimonio: di cittadinanza, di assistenza, di successione e di equiparazione a livello fiscale e pensionistico. Una risposta concreta che supera divisioni strumentali e conferisce pari dignità ad ogni tipo di coppia.

c. Convivenze.
Registrazione delle coppie di fatto di qualunque orientamento sessuale al fine di riconoscere diritti, doveri ed interessi di carattere patrimoniale ed amministrativo.

d. Divorzio veloce.
Una forte riduzione dei tempi per divorziare quando c’è il consenso fra le parti e in assenza di figli.

e. Fecondazione assistita.
Adeguamento della legislazione corrente alla giurisprudenza europea ed italiana. Costituzione di una apposita autorità sul modello della Human Fertilisation and Embryology Authority.

f. I diritti delle idee.
Come spiegare ai nostri figli che se prestano un libro cartaceo compiono un’azione commendevole, mentre se prestano un ebook commettono un reato? Bisogna rivedere il diritto d’autore, una legge d’anteguerra, per garantire non solo i diritti delle multinazionali, ma anche quelli degli utenti e del mercato italiano (intermediari ed editori).

12. LA PROPOSTA PIÙ IMPORTANTE

A proposito di diritti delle idee: è chiaro che questo è solo l’inizio. Viviamo in un’era nella quale perfino il Pentagono affida ai social network il compito di riscrivere imanuali di procedura militare. Figuriamoci se, in un contesto del genere, può avere un senso che una o più teste pretendano di stilare un programma per il futuro dell’Italia. Per quante persone in gamba si riescano a mettere intorno a un tavolo, le idee migliori stanno sempre al di fuori. È questa la logica della Rete, ed è anche la logica alla quale saranno improntate le nostre scelte.
Scaturito dai Cento Punti della Stazione Leopolda, dal Big Bang degli amministratori locali, da una miriade di incontri e di scambi di informazioni, questo documento ritorna in rete per un mese per aprirsi ai commenti, alle critiche e, soprattutto, ai suggerimenti di tutti: online sul sito www.matteorenzi.it e offline attraverso i Comitati Adesso! Per Matteo Renzi. Solo una vasta condivisione gli darà la possibilità di trasformarsi davvero in realtà.
Il programma di Matteo Renzi sarà presentato alla Stazione Leopolda di Firenze, due settimane prima del voto delle primarie. Ciò che importa fin d’ora è che tutti quelli che contribuiranno a questo percorso condividano l’ambizione di non porsi limiti. Come dice il saggio, anche un viaggio di mille chilometri inizia con un singolo passo.

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