Nella primavera del 1962 la famiglia Ichino riceve una visita dell’amico don Lorenzo Milani. Indicando i libri e il benessere che si respira in quel salotto milanese, il priore si rivolge a Pietro, tredicenne: «Per tutto questo non sei ancora in colpa; ma dal giorno in cui sarai maggiorenne, se non restituisci tutto, incomincia a essere peccato».

La casa nella Pineta - cover

Marchiato a fuoco da questo monito, che pur nella sua radicalità racchiude in sé molti altri insegnamenti familiari, il protagonista di queste pagine rifiuta di intraprendere la carriera di avvocato al fianco del padre amatissimo per dedicarsi al movimento operaio, ritrovarsi cooptato nel palazzo del potere ma poi farsene cacciare, studiare il diritto del lavoro nell’epoca drammatica della fine delle ideologie, del terrorismo rosso e poi della sua nuova fiammata al passaggio del millennio.

In questo libro insolito, al confine tra un racconto intimo e il grande affresco di un’epoca, le vicende pubbliche si intrecciano alla storia di una famiglia italiana che raccoglie in sé l’eredità ebraica e un cattolicesimo dalla forte vocazione sociale e che ha eletto la Versilia a proprio luogo dello spirito. È così che – dalle persecuzioni razziali al Concilio Vaticano II, da Bruno Pontecorvo a Piero Sraffa, dal ’68 all’assassinio di Calabresi, dal Pci di Pietro Ingrao fino alle riforme del diritto del lavoro – la “casa nella pineta” diventa il crocevia di vite vissute con singolare intensità, dove generazioni di padri e di figli dalle anime inquiete possono crescere, amarsi, perdersi e ritrovarsi.

Giunti Editore, Firenze, pp. 416, € 18

In libreria dall’11 aprile 2018
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INDICE DEL VOLUME

 

Prologo. Il lotto del poverello 9
Seduzione di una ragazza perbene 33
Bambini in divieto di sosta 55
Intermezzo. L’ arte di fare una festa 85
A caccia di profeti 109
Tentativi di servire il popolo 151
Il richiamo della foresta 186
Intermezzo. Il Gitario 204
Al sindacato negli anni di piombo 238
Nel cuore del Palazzo 265
Intermezzo. Il passamontagna 304
Il figliol prodigo alla scoperta del padre 329
Epilogo. Un anno di attesa 355
Appendice 381
La lettera di don Lorenzo Milani a Luciano e Francesca Ichino, 26 aprile 1959 (copia anastatica) 382
I temi dei sei allievi di Barbiana sul loro soggiorno milanese (copie anastatiche) 387
Indice dei nomi 407
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RECENSIONI

Il marchio a fuoco di don Milani sulla pelle del riformista Ichino, di Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 7 aprile 2018

Dalla villa in Versilia alla messa in piazza, cronache di una vita che cerca di restituire, di Alessandro Zaccuri su l’Avvenire del 18 aprile 2018

Una vita da Pierino grazie a don Milani, di Eraldo Affinati su il Venerdì di Repubblica, 20 aprile 2018 (su di un passaggio di questa recensione v. una mia puntualizzazione del 28 dicembre scorso e il post dell’ottobre 2017 La legge sullo ius soli all’esame del Senato)

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PRESENTAZIONI DEL LIBRO

Luoghi e date dei convegni dedicati alla presentazione del libro sono indicati nella pagina Incontri.

Già in calendario: Rovigo 5 maggio, Torino 10 maggio, Montirone (BS) 15 maggio, Firenze 16 maggio, Palermo 18 maggio, Vimercate 7 giugno, Seregno 9 giugno, Lucca 14 giugno, Forte dei Marmi 13 luglio.

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IMMAGINI E ANTICIPAZIONI DEL LIBRO

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Il capanno dei Pellizzi dipinto da Ardengo Soffici
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Il capanno dei Pellizzi

Ardengo Soffici, Il capanno dei Pellizzi, carboncino su tela, 1956

“Credo di avere avuto sei o sette anni quando vidi un pittore col suo cavalletto sul marciapiede, che la dipingeva. Corsi a casa dal nonno avvertendolo che c’era uno sul vialone che dipingeva la nostra cabina senza averci chiesto il permesso. Il nonno, incuriosito, tornò con me sul posto, dove salutò cordialmente ­Ardengo Soffici e gli disse della mia protesta; Soffici la prese molto sul serio, offrendo in riparazione il corpo del reato. So che si accordarono per un prezzo molto modesto.
A quel quadro, pervenuto a me a seguito delle divisioni ereditarie, sono molto affezionato perché ritrae un luogo dell’anima. Un luogo che esiste ancora, ma non è più come era allora.”

(Dal primo capitolo, Il lotto del poverello, p. 26)

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Lo scapigliato e l’ebrea convertita
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Paola e Carlo Pellizzi negli anni ’20 e negli anni ’60

.“[…] due tipi più diversi tra loro sarebbe stato difficile trovarli; e ancor più difficile pensare che potessero costituire una coppia destinata a rimanere unita tutta la vita. […]
Carlo, classe 1893, a dispetto degli studi giuridici compiuti con passione e risultati eccellenti, aveva lo spirito estroso dell’artista: laico e dissacratore, amava la buona tavola e il teatro, suonava, dipingeva – arte appresa dal nonno Domenico Pellizzi, pittore professionista –, scriveva in versi, recitava, ne inventava sempre una per divertire gli amici. Dal padre aveva ereditato una singolare capacità di coniugare onestà cristallina e morale professionale rigorosissima con una vita personale, diciamo così, fortemente ravvivata dall’attrazione verso il gentil sesso. […] Frequentatore assiduo degli ambienti del teatro e dell’opera, era stato fidanzato molto seriamente con la bella Toti Dal Monte, considerata la Callas dell’epoca; se n’era separato, con dolore, alla partenza di lei in transatlantico per una tournée in America, di fronte alla prospettiva di dover lasciare la professione per diventare il marito del soprano in giro per il mondo. […] Non era affatto attaccato al denaro: quello che gli entrava in tasca spendeva. In libri, di cui aveva le case di Milano e del Forte piene fino all’inverosimile (i suoi eredi dovettero dividersi circa quarantamila volumi); negli spettacoli, non perdendo occasione per andare a teatro o alla Scala; al ristorante, in raffinatezze gastronomiche ed enologiche; in atti di generosità, anche cospicui; e nella manutenzione della casa e della grande pineta del Forte: anche lui, come suo padre, considerò come sua vera casa solo quella. […]
Paola, invece, di cinque anni più giovane, veniva da una famiglia ebraica nella quale, sul côté materno, regnava una grande severità di costumi rivestita di una castigatezza di linguaggio spinta all’estremo […]. Aveva qualcosa della nobildonna di antico lignaggio, che coltivava con molta autoironia. Aveva una curiosa sensibilità estetica anche per gli aspetti più minuti della vita quotidiana: dal come apparecchiare la tavola da pranzo al non lasciare in vista nella propria stanza indumenti intimi o scarpe; considerava ovvio che il rotolo della carta igienica dovesse essere appeso al muro con il lembo pendente verso l’esterno: ci inculcò che farlo pendere verso il muro è cosa sciatta e persino un po’ volgare. […]
Che cosa abbia fatto scattare un amore forte e appassionato tra lo scapigliato viveur e l’elegante e riservata studentessa di Giurisprudenza, possiamo solo cercare di immaginarlo. Lui fu attratto dal misto di cultura e intelligenza di lei, rese adorabili dalla sua autoironia. Lei dalla simpatia travolgente di lui. Ma questa non sarebbe bastata: fu decisiva la generosità che costitui­va il tratto fondamentale dell’animo di Carlo, e forse più ancora la sua capacità di rompere gli schemi, di tenere insieme allegria e serietà, e di costringerla a uscire dagli ovattati salotti presidiati da sua madre. Fatto sta che ne nacque un matrimonio di vero amore, che restò tale per tutti i cinquant’anni in cui è durato.”

(dal primo capitolo, Il lotto del poverello, pp. 16-20)

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La casa nella pineta
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La casa nella pineta

Carlo Pellizzi, La casa nella pineta, pastello, 1960
“[…] il nonno fu molto parco nell’utilizzare lo spazio edificabile di cui, secondo i parametri urbanistici degli anni ’50 e ’60, avrebbe potuto disporre nella grande pineta, perché la amava profondamente. E la dipingeva da tutti i possibili punti di osservazione, come un pittore innamorato ritrae la sua bella, in tanti quadri che sulle pareti delle nostre case ancora la ricordano com’era – un po’ selvaggia, percorsa da qualche sentiero in mezzo al rigoglio dell’edera –, irrorata da una luce che lui aveva studiato a lungo per riuscire a riprodurla sulle sue tele: triturata e mescolata di verde vivo da milioni di aghi di pino […]”
(dal primo capitolo, Il lotto del poverello, p. 15)

 P. Balducci, La casa nella pineta, china su carta, 1962

“Pochi anni dopo arrivò il piano superiore, progettato in modo assai più sapiente dall’architetto Calabi e dipinto all’interno di un rosso mattone che saluta dalle vetrate il verde dei pini: così la casa assunse la forma nella quale tutti i discendenti del nonno Carlo l’avrebbero felicemente vissuta nei decenni successivi.”
(dal primo capitolo, Il lotto del poverello, p. 15)
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La profezia del bacio di
Capodanno.

 

 

“[Francesca e Luciano] Si sposarono il 28 dicembre 1946, tre giorni prima che scadesse il termine della profezia. La cerimonia, celebrata da padre Cattoretti, si svolse in Santa Maria Segreta, la parrocchia cui apparteneva via Scarpa.”
(dal secondo capitolo, Seduzione di una ragazza perbene, p. 47)

“Al mare c’erano le cinque cabine dei Pellizzi, una per ciascuno dei figli di Giovanbattista, dipinte di verde, un po’ distanziate tra loro a differenza di quelle dei due stabilimenti confinanti: il Giancarlo e l’Angelo Levante. Davanti alle cabine, per un tratto di costa di circa quaranta metri, la spiaggia che gli stessi Pellizzi avevano avuto in concessione fin dagli anni ’20, quando intorno i bagni non c’erano neppure, era vuota e libera. Al centro c’era la nostra tenda, cui all’occorrenza se ne aggiungevano una o due altre. Era costituita da un telo rettangolare color mattone, tenuto teso da due bastoni infilati in apposite asole sui due lati corti; uno dei due bastoni veniva legato alla cima di un palo verticale alto circa due metri, mentre l’altro era fissato a terra con due picchetti infissi nella sabbia.”

(dal terzo capitolo, Bambini in divieto di sosta, p.  68)

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Tentativi di servire il popolo

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Le immagini  nei risguardi di chiusura del libro

A scuola di giustizia da don Milani (anticipazione delle pp. 133-136, su l’Avvenire del 18 aprile 2018)

“Da allora in poi, per tutti gli otto anni che gli rimasero da vivere, don Lorenzo fu presente in modo forte nella vita della nostra famiglia, non solo attraverso le lettere che scambiava con i miei genitori per raccontare quel che accadeva a Barbiana, o per chiedere l’invio di materiali didattici, oppure assistenza per i ragazzi che venivano dalle nostre parti, ma anche con le sue visite a Milano, con i reiterati inviti – che più volte accogliemmo – ad andare anche noi a Barbiana e con l’invio dei suoi scritti prima ancora che venissero pubblicati”
(dal quinto capitolo, A caccia di profeti, p. 133)

“Così, in una grigia giornata di nuvole basse […] percorsi in moto la ventina di chilometri che separavano via Giotto dalla Camera del Lavoro di Cusano Milanino e presi servizio come aiuto del funzionario di zona della Fiom-Cgil. Avrei continuato a lavorare lì fino al ’73, per poi passare alla struttura confederale della Cgil di Milano, dove sarei rimasto fino al ’79.”
(dal sesto capitolo, Tentativi di servire il popolo, p. 163)

“Scendemmo a valle di corsa tenendoci per mano, sembrava di volare. Qualche giorno dopo, alle sei del mattino, la riaccompagnai con la mia «nuova» 500 usata al pullman che doveva riportarla a Milano, per poi andare a prendere don Cirillo e la guida Ubaldo Rey, coi quali quel giorno era in programma l’ascen­sione al Dente del Gigante, con celebrazione della messa sulla vetta.”
(dal sesto capitolo, Tentativi di servire il popolo, p. 184)

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L’isola dei Pappagalli
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La locandina della recita L’Isola dei Pappagalli, di Sergio Tofano – estate 1954

“La scena si apre in una città di mare, rappresentata in un bellissimo fondale dipinto dal nonno, dove campeggia l’albergo Bellavista gestito da Barbariccia, «faccia e anima gialliccia» (Giovanni Cristini). Il sindaco della città (interpretato da me con panciotto e tuba) è triste per la scomparsa della figlia. Proprio davanti all’albergo, attracca la nave Teresina, che gli toglie la vista sul mare; dell’equi­paggio fa parte in qualità di cuoco il signor Bonaventura (nostro cugino Gabriele Guadagni), con il suo fido bassotto (interpretato da Giovanna, che all’epoca aveva tre anni). Perché la nave se ne vada, Barbariccia fa balenare ai pigri marinai l’esistenza di un tesoro nell’isola dei Pappagalli; ma nell’isola incontaminata, invece del tesoro, vengono accolti da selvaggi antropofagi ­(Franco Bruni e Maria Giulia Longhi, per l’occasione colorati di marrone scuro da capo a piedi con del lucido da scarpe) che li fanno prigionieri. […]”
(dal terzo capitolo, Bambini in divieto di sosta, p. 79)

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Giocare con gli endecasillabi
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Gian Luigi (Giangiotto) Pellizzi

 

 

 

“Nei periodi estivi in cui ero ospite degli zii Giangiotto e Lionella a Cortina, uno dei giochi con lo zio consisteva nella classificazione degli endecasillabi secondo una complicata tassonomia fondata sulla distribuzione degli accenti e delle doppie consonanti. Un altro gioco inventato dallo zio Giangiotto consisteva nello scrivere il «libretto» per ciascuna grande sinfonia classica, in modo da renderla cantabile e soprattutto consentire a noi dilettanti di musica di ricollegare al volo ciascuna melodia al brano che la conteneva; stupendo nella sua perfezione era l’ini­zio dell’Ottava di Beethoven:

No, non ho più caffè,
io l’ho dato proprio tutto a te,
no, non ho più caffè,
dovrò sorbirmi un orzo;
se non mi piace l’orzo,
mi farò un tè.

Mentre lo scherzo finale della stessa sinfonia si apriva con l’indimenticabile:

Saragàt, Saragàt, Saragàt,
mi pare di veder Saragàt.

Analogamente, altri libretti dello zio Giangiotto narravano di pascià seduti sul sofà fumando il narghilè, di figlie del curato che mangiavan lo stufato, di stoccafissi e baccalà maleodoranti, dell’acquisto di pere nel negozio del droghiere, e di altre eterogenee vicende rese esilaranti dalla combinazione con i brani più celebri della musica classica.”

(dal quarto capitolo, L’arte di fare una festa, pp. 95-96)

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Non nominare il nome di Dio invano
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Padre Giuseppe Acchiappati

“Nonostante il suo impegno nella lotta partigiana, dopo la guerra padre Acchiappati, a differenza di padre Gaggero, aveva deposto le armi della politica e recuperato nella sua pienezza la missione sacerdotale. Una vocazione che aveva sposato in età adulta: era stato ordinato sacerdote dopo avere prestato servizio militare, come motociclista, nella Prima guerra mondiale. Alto di statura, con un volto dai tratti nobili e ieratici – che nella mia memoria si confonde con quello del Max von Sydow protagonista del Settimo sigillo di Ingmar Bergman –, a dispetto dell’abito talare non aveva niente di pretesco nel modo di fare e di comunicare.

Amava ascoltare più che essere lui a parlare, e quando rifletteva su cose attinenti al Vangelo o alla fede era sempre attentissimo a non sovrapporre il proprio pensiero, pur nutrito da una profonda cultura, alla parola di Dio. […] Forse per questo è stato lui il solo, tra i grandi profeti di quegli anni che anticiparono in Italia il Concilio Vaticano II, a non voler lasciare nemmeno una riga scritta. Quando parlava di questioni teologiche, i suoi occhi guardavano lontano e la sua voce aveva un che di metafisico, interrotta da pause talvolta lunghe nelle quali sembrava sforzarsi di purificarla di ogni contenuto improprio. Era sempre attentissimo a non esprimere condanne e anatemi; in un solo caso il suo discorso diventava severo, a tratti tagliente, e i suoi lineamenti si aggrottavano in un’espressione dura: quando si trattava di denunciare la pretesa di attribuire a Dio qualche brandello di cultura umana, violando così il comandamento di «non nominare il nome di Dio invano». Predicò essenzialmente una teologia dedicata alla distruzione degli idoli, a chiarire ciò che Dio non è, piuttosto che a spiegare chi o che cosa Dio sia. La sua era una testimonianza di fede profonda ed essenziale, nel cui fuoco bruciava ogni scoria, ogni tentativo di divinizzare ciò che apparteneva al mondo, anche la stessa giustizia sociale.”

(dal quinto capitolo, A caccia di profeti, pp. 116-117)

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“Eseguiremo il dovere di farti fuori”
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“Il rifiuto opposto dai brigatisti alla mia proposta di rinuncia alla costituzione di parte civile nel processo venne formalizzato in questa risposta di uno dei capi del gruppo, Alfredo Davanzo, riportata dall’agenzia Ansa il giorno stesso di quell’udienza, il 28 maggio 2012:
«Questo signore [che sarei io] rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema e noi eseguiremo il dovere di sbaraz-zarci di questo sistema.» Così Alfredo Davanzo, uno dei dodici impu-tati nel processo milanese d’appello alle cosiddette «nuove Br», ha replicato dalla gabbia alle dichiarazioni lette dal giuslavorista Pietro Ichino, parte civile. «Questa gente» ha proseguito Davanzo «non ha diritto a fare sceneggiate, c’è una guerra di classe in corso e quelli blindati siamo noi.»”

(dall’undicesimo capitolo, Il passamontagna, p. 322)