BREXIT: TRE ANNI E MEZZO VISSUTI PERICOLOSAMENTE

I commenti proposti da questo sito sul dramma vissuto dalla Gran Bretagna dopo il referendum del giugno 2016, di fronte ai danni enormi prodotti dalla sua scelta di uscire dalla UE

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Rassegna degli editoriali dedicati alla vicenda dell’uscita del Regno Unito dalla UE, dal giugno 2016 al voto britannico del 12 dicembre 2019
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All’indomani del referendum britannico sulla Brexit, nel giugno 2016, abbiamo avvertito che quell’exit non era affatto facile:

E se poi non uscissero affatto? (24 giugno 2016)

Ma da quella scelta compiuta dagli elettori d’oltremanica abbiamo tratto una lezione importante: la necessità di farsi carico degli  interessi dei losers, di quelli che dalla globalizzazione sono danneggiati:

Forse non tutta la Brexit vien per nuocere (24 giugno 2016)

Abbiamo poi cercato di capire meglio che cosa avesse indotto tanta parte del ceto operaio inglese a votare contro i propri interessi. Trovammo questa risposta di un ex-dipendente della Nissan di Sunderland, che senza l’adesione del Regno Unito alla UE non sarebbe mai nata:

Abbiamo fatto un occhio nero a Cameron (2 luglio 2016)

Abbiamo registrato il lutto degli intellettuali d’oltremanica per l’esito del referendum:

L’università britannica in lutto per la Brexit (27 giugno 2016)

Ma dopo due settimane da quel voto infausto già registravamo anche un suo effetto positivo: la prima evidenza dei rischi gravissimi cui il Regno Unito si stava esponendo ammutoliva i no-global e no-euro nostrani:

I primi effetti della Brexit saranno l’antidoto migliore contro il vento no-global (5 luglio 2016)

Abbiamo sottolineato le infinite difficoltà non solo economiche e industriali, ma anche politiche che il Regno Unito avrebbe dovuto superare per dare attuazione alla decisione presa:

Se l’Alta Corte spinge di nuovo il Regno Unito alle urne sulla Brexit (7 novembre 2016)

Abbiano fatto il conto di quanto costerà la Brexit ai britannici e a noi da questa parte della Manica:

Quanto costerà ai britannici l’uscita dalla UE (5 giugno 2017)

Abbiamo riportato i sondaggi che davano di nuovo in maggioranza, nel Regno Unito, i favorevoli a rimanere nella UE:

Un anno dopo anche in UK è più appealing il Remain (23 giugno 2017)

Abbiamo ascoltato Teresa May a Firenze dire, in buona sostanza: “Hard Brexit no di certo; il guaio è che quella soft non sappiamo come farla”:

Quod differtur (in politica molto spesso) aufertur (23 settembre 2017)

Siamo tornati a sottolineare come non tutto il male venga per nuocere: la vicenda della Brexit scoraggia chi altrove propugna l’uscita dalla UE:

Ora chi può davvero picchiare i pugni sul tavolo è Juncker (11 dicembre 2017)
Ora è il momento di un giro di vite contro il nazionalismo illiberale dei governi polacco e ungherese (11 dicembre 2017)

Abbiamo ragionato sulla malattia planetaria della politica, di cui la Brexit è soltanto la manifestazione più appariscente…

Il vento anti-establishment (6 dicembre 2018)

… e siamo tornati a ragionarci sopra con Pietro Micheli (che insegna da una vita nelle università inglesi):

La democrazia diretta e la fuga dalla complessità (22 novembre 2019)

Non abbiamo mai smesso di sperare che il Regno Unito riuscisse a correggere l’errore commesso:

Tre motivi per concedere all’UK un rinvio lungo (sempreché lo chieda) (1° aprile 2019)

Ora che, con il voto britannico del 12 dicembre 2019 la Brexit appare davvero irreversibile, osserviamo che per la UE sarebbe il momento di un rilancio del processo di integrazione politico-istituzionale; ma l’Italia chiede un rinvio, perché il suo ministro degli Esteri non ha ancora le idee chiare:

Brexit: c’è un aspetto positivo per la UE; ma è l’Italia che non c’è

 

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