LE PAROLE COME GIOCATTOLI

Ricordo felice di una stagione di iniziazione infantile, oltre che ai piaceri raffinati della montagna, al mondo meraviglioso dei rebus, nel quale si impara a scoprire il significato nascosto delle cose

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Articolo pubblicato su 
Futura, newsletter del Corriere della Sera il 14 giugno 2021 – In argomento v. anche la mia intervista a la Stampa del  5 giugno, I rebus, come gli scacchi, sono una metafora della vita .
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Gianluigi (Giangiotto) Pellizzi

Tra i miei ricordi d’infanzia più vivi c’è quello delle giornate passate nelle dolomiti alla fine degli anni ’50, ospite dello zio Giangiotto, fratello di mia madre. In quel ricordo lo scricchiolio del pavimento della casa tutta in legno e il fresco dell’aria di montagna durante le passeggiate sono indissolubilmente legati ai giochi singolari e per me nuovissimi proposti da mio zio. Nei quali i giocattoli erano le parole.

Quei giochi lui li aveva imparati in famiglia: erano sciarade, anagrammi, sostituzioni e incastri di sillabe con cui le parole si trasformavano in altre, giochi con le rime; bellissimo quello dei tautogrammi, che consisteva nel tradurre i proverbi in frasi nelle quali comparissero soltanto parole con una determinata lettera iniziale (per esempio: “chi dorme non piglia pesci” può diventare “assonnato abdichi ad adescare aringhe”). Ma in parte erano giochi nuovi, inventati da lui stesso. Uno era quello dei bisensi, con cui scoprii la grande quantità di parole dal significato doppio, triplo o persino quadruplo. Un altro era quello degli endecasillabi, consistente nell’individuarli mentre si parlava e subito classificarli in base alla cadenza degli accenti tonici, avendo assunto come prototipi sei versi famosi della Divina Commedia. Nelle gite sulle pendici delle Tofane o del Pomagagnon quei giochi non solo mi facevano dimenticare la fatica, ma mi facevano anche scoprire i segreti sorprendenti della lingua, i tesori che si nascondono sotto una qualsiasi banalissima sequenza testuale.

Tra i giochi fatti con le parole, il più appassionante per lo zio Giangiotto era quello dei rebus. Lui mi mostrava le strane immagini della Settimana enigmistica, nelle quali comparivano ave pie, rei chini, re mori e conti seri, insieme a gazze, emù, lama o ibis, in mezzo ad are, ante, olle o coli; e mi insegnava gli artifici sottili grazie ai quali si poteva trarne un testo bisenso: con un primo significato corrispondente ai personaggi e agli oggetti raffigurati, cui se ne aggiungeva un altro, ottenibile soltanto col suddividere le lettere in un altro modo. Il gioco, qui, consisteva nel riuscire a scorgere il messaggio che si nasconde sotto le cose.

Tranne i più semplici, all’epoca non ero mai capace di risolvere i rebus. Però partecipavo come potevo al lavorio di mio zio per trovare la soluzione, qualche volta fornendogli uno spunto utile per il quale venivo lodato a dismisura. E provavo un godimento non inferiore al suo nell’assistere alla costruzione, pezzo per pezzo, del testo bisenso: quella “prima lettura” tratta dalle immagini e dai grafemi contenuti nel rebus – legnosa e ridicola nella sua improbabilità – dalla quale come per miracolo sgorgava, rotonda, levigata, perfetta, la frase della soluzione, costituita da un proverbio, un precetto morale, o un detto famoso, tutta fatta di parole completamente diverse.

C’era già allora un’estetica ufficiale, secondo la quale uno dei pregi principali di un rebus sta nell’unitarietà e plausibilità dell’immagine da cui devono trarsi le “chiavi”, che poi per metamorfosi assumono il nuovo significato in una frase di uso corrente. Quella che entusiasmava lo zio Giangiotto, invece, era proprio la caratteristica opposta: il carattere umoristicamente improbabile della situazione descritta in certi rebus, che fosse quella di un re impegnato con un prete a seminare del riso, oppure di una rea in catene che acquista un colo avendo al guinzaglio un ibis. Ho ancora vivo il ricordo della sua risata nel mostrarmi la vignetta di un medico con tanto di camice e stetoscopio impegnato a curare il dio Siva, fiancheggiato da due rajahputi: un rebus che, non essendo più riuscito a ritrovarlo, ho ricostruito a sessant’anni di distanza, sulla base della memoria che me ne è rimasta indelebilmente impressa.

Dove la soluzione è OS cura tra MA e VeR Siva → Oscura trama eversiva. “A chi mai potrebbe venire in mente di raffigurare una situazione stupenda di questo genere?” – diceva lui estasiato – “È solo nel mondo dei rebus che a Siva può accadere di ferirsi una delle molte braccia e aver bisogno di essere medicato.”

Dallo zio Giangiotto ho ereditato l’abitudine di ritagliare e conservare i rebus più belli. E anche quella di cercare i rebus nella realtà di tutti i giorni, per capirne il significato nascosto.

 

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