REPLICA ALLA “LETTERA A UN PRECARIO ICHINIANO” PUBBLICATA DALL’UNITÀ

TUTTO QUELLO CHE GLI OPPOSITORI DEL PROGETTO FLEXSECURITY PREFERISCONO NON DIRE, PIÙ QUALCHE (VENIALE) COLPO BASSO ALL’AUTORE DI QUEL PROGETTO

Articolo comparso a firma di Leonardo sul sito Unita.it il 27 dicembre 2011 – Le mie repliche punto per punto – ivi compresa una nota finale di carattere marcatamente personale – sono evidenziate in carattere corsivo e colore blu nei capoversi rientrati Segue la controreplica di Leonardo: Mi scuso con Ichino (più o meno), con una mia ultima postilla.

Caro giovane disoccupato, oppure lavoratore, e quindi sicuramente precario. Caro giovane di sinistra, o di destra, o di nessuno, o del migliore offerente. Tu che su facebook scrivi almeno una volta al giorno che il sindacato non ti rappresenta; che il PD è un partito di pensionati per i pensionati; che l’articolo 18 è un arnese fuori dal tempo che ti opprime o che non ti riguarda; tu che tra le caste che soggiogano questa povera Italia non ti stanchi mai di ricordare la più odiosa, quella dei dipendenti a tempo indeterminato illicenziabili; tu che non ti perdi un’intervista a Pietro Ichino e me ne aggiorni su twitter; caro giovane disoccupato o precario: volevo dirti che in linea di massima hai ragione.
Il sindacato davvero non ti rappresenta – del resto dovrebbe? Non sei iscritto. Il sindacato non è un ente benefico che lotta per un mondo migliore: è un’associazione che tutela i diritti dei suoi tesserati. Il PD è davvero un partito di pensionati, anzi ha il suo daffare a tenersi buono lo zoccolo molle di anziani che rimane fondamentale in vista delle elezioni dell’anno prossimo. E quindi, insomma, ti resta Pietro Ichino. Ti ha spiegato che in Italia c’è un recinto di lavoratori tutelati (pochi) e una prateria di precari e disoccupati, e la sua proposta è più o meno: aboliamo il recinto. Dopo ci sarà più lavoro per tutti e anche più diritti, sì, per tutti. Sto semplificando, ma non è che Ichino e i suoi altoparlanti su giornali e tv la facciano molto più complicata, eh? Diciamo che la mettono giù in un modo più convincente.
Però, caro giovane, tu e Ichino potreste avere ragione anche su questo. Che ne so io, dopotutto. E quindi non ti chiedo di smettere di prendertela col PD, o con la CGIL, o con quel feticcio che è l’articolo 18. Puoi continuare, se ti va, a vedere in me un membro della casta, perché ho un contratto a tempo indeterminato, anche se alla fine del mese magari piglio meno di te. Vorrei soltanto essere sicuro che tu abbia capito cosa stai chiedendo.
Tu non stai chiedendo di abbattere il mio steccato. Quello ormai resta. La Fornero non si pone neanche il problema. Nemmeno Ichino osa. Il mio steccato non è in discussione. Tu stai semplicemente lottando perché nessuno sia più ammesso dall’altra parte. Chi è stato assunto prima della futura riforma Ichino resterà più o meno garantito. Gli altri, anche se sono arrivati a un tempo indeterminato dopo anni di contratti a progetto, resteranno per sempre al di qua. Licenziabili per un capriccio.

Qui Leonardo sbaglia e fornisce un’informazione falsa: a tutti i lavoratori dipendenti assunti nel nuovo regime, secondo il progetto flexsecurity, sarà estesa la protezione – con articolo 18 – contro il licenziamento discriminatorio; e la nuova norma estende esplicitamente l’applicazione della sanzione disposta dall’articolo 18 anche al caso del licenziamento determinato da “motivi di mero capriccio, intendendosi per tali i motivi futili totalmente estranei alle esigenze economiche, organizzatrive o produttive aziendali” (dal sesto comma del nuovo art. 2119 cod. civ., come sostituito secondo il d.d.l. n. 1873/2009).  (p.i.)

  Posso essere più chiaro? Tu non stai lottando per togliere un diritto a me. Tu stai chiedendo che lo stesso diritto non possa più essere esteso al te stesso di domani. E si capisce, sei giovane e pieno di energia. Cambiare contratto una volta al mese non ti spaventa, perché dovresti ambire a una sistemazione a tempo continuato sotto l’ombrello dell’articolo 18? e a una panchina ai giardinetti, già che ci siamo? Largo ai giovani.

Anche qui Leonardo fornisce un’informazione falsa: il progetto flexsecurity non soltanto estende l’applicazione dell’articolo 18 contro il licenziamento discriminatorio o di mero capriccio a tutta la metà dei lavoratori dipendenti che oggi ne sono privi, ma estende ad essi anche tutte le altre protezioni essenziali, secondo i migliori standard internazionali (maternità/paternità, malattia, ferie retribuite, ecc.). E, per tornare alla materia dei licenziamenti, estende a tutti una garanzia di sicurezza economica e professionale, per il caso di licenziamento per motivi economico-organizzativi, ispirata al modello dei Paesi dove i lavoratori – e i più deboli in particolare – sono più protetti che in qualsiasi altra parte del mondo. Tanto che si può ragionevolmente ipotizzare una libera scelta dei “vecchi” lavoratori stabili regolari di passare dal vecchio al nuovo regime.  (p.i.)

Lo stesso vale per le pensioni. Quando chiedi che siano tagliate, non stai parlando delle pensioni dei tuoi genitori. Stai parlando della tua. Quando auspichi l’abolizione della pensione di anzianità, non stai parlando della mia anzianità: stai parlando della tua. Quando chiedi che sia innalzata l’età pensionabile, è della tua vita che si parla.

Qui l’errore è plateale: se c’è un dato indiscutibile, nell’intervento sulle pensioni compiuto dal ministro del Welfare Fornero nelle settimane scorse, è che esso ha riguardato esclusivamente proprio quella generazione dei cinquanta-sessantenni che era stata esentata dalla riforma Dini del 1995, applicando anche ad essa il criterio di determinazione dei trattamenti già da tempo stabilito per le generazioni successive. Leonardo, a che gioco giochiamo?  (p.i.)

(Ma tanto tu non invecchierai come tutti gli altri, tu a 66 anni sarai ancora pieno di tanta voglia di fare). Lo so che sei in buona fede, quando pensi che il corpo flaccido e inerte del mondo del lavoro si meriti una sferzata: voglio solo essere sicuro che tu abbia capito che l’unica schiena a disposizione è la tua. Dopodiché, puoi continuare a ichineggiare e perfino sacconeggiare, se ti fa sentire bene. Magari hai ragione. Magari davvero l’unica strada è quella di alzare l’età pensionabile (la tua), e rendere più facile il licenziamento (tuo).

Più facile di quanto sia oggi, il licenziamento del giovane precario non può proprio essere. Leonardo, qui ti stai dando la zappa sui piedi!  (p.i.)

Io resto scettico, ma è Ichino l’esperto. E lui sta pur tranquillo che non lo licenzia nessuno.

Visto che anche Leonardo – come già tanti miei contestatori di sinistra – utilizza questo argomento basato sulla mia persona e il mio lavoro, per di più sul sito de l’Unità, mi sento legittimato a ricordargli che nel corso della mia vita di lavoro sono stato licenziato anch’io un paio di volte. La prima volta accadde nel 1983, quando, terminata l’ottava legislatura, il Partito comunista non mi volle più tra i suoi deputati per la nona (nulla mi garantisce, del resto, contro la possibilità di un licenziamento analogo al passaggio tra la legislatura in corso e la prossima); e in quell’occasione neppure la Camera del Lavoro di Milano, dove avevo lavorato per dieci anni fino all’elezione nel 1979, mi riprese. La seconda volta a “licenziarmi” fu proprio l’Unitànel 1999. Un anno prima, su invito pressante di Massimo D’Alema, avevo rinunciato a un contratto assai più ricco, in corso da più di un anno con il Corriere della Sera, per diventare editorialista del quotidiano fondato da Antonio Gramsci; questo, lungi dal valermi alcuna garanzia di stabilità,  non mi valse neppure due righe di commiato, di motivazione, o anche soltanto di comunicazione amministrativa, quando il direttore smise di punto in bianco di pubblicare i miei editoriali.  (p.i.)

LA CONTROREPLICA DI LEONARDO: MI SCUSO CON ICHINO (PIÙ O MENO)
Devo le mie scuse al professor Ichino per averlo coinvolto in una polemica superficiale, che in realtà non aveva come obiettivo lui. L’ambiguità era palese sin dal titolo: la mia “Lettera a un giovane ichino”, con la i minuscola, non era indirizzata a lui, ma a un certo tipo di commentatori in cui mi capita spesso di imbattermi su blog e social network, che usano il professore un po’ come bandiera per uno scontro generazionale con la “casta” dei protetti dall’articolo 18. In realtà il titolo originale avrebbe dovuto essere “lettera a un giovane ichiniano”, ma suonava proprio male, o “ichinodulo”, ma non lo avrebbe letto nessuno: e così mi sono permesso il dubbio omaggio di fare del cognome del professore un nome comune. Non mi aspettavo che l’Ichino, con la I mi replicasse sul suo blog, ma questo è un errore mio: continuo a pensare di scrivere per un pubblico di poche centinaia di persone. Invece il mio post è stato ripreso dall’Unità, sei giorni dopo la pubblicazione, e a quel punto ha fatto veramente il giro di Internet. Il professore ha tutto il diritto a non riconoscersi nel “giovane ichino” di cui parlo, e di respingere la caricatura delle sue idee.
Questo non significa che io non abbia diverse riserve su queste idee, di cui magari un’altra volta scriverò, con maggiore cognizione. Confesso subito però che non si tratta di riserve tecniche – non sono un giuslavorista, e come ho anche scritto in quel pezzetto, ritengo che in linea di massima potrebbe anche aver ragione lui. Quello che mi manca per abbracciare l’ichinismo è una grande dose di ottimismo della volontà, che non manca invece al professore, né a tanti suoi difensori. Me ne sono convinto definitivamente leggendo i commenti di molti “giovani ichini”, che mi assicuravano che la flexsecurity avrebbe aumentato i diritti, aumentato i posti di lavoro, trasformato l’Italia in una grande Danimarca eccetera. Anch’io, quando leggo Ichino con la I, devo ammettere che tutto sembra tornare: soltanto, non ci credo.
Non credo che il modello danese sia alla nostra portata, per una serie di parametri culturali e banalmente geografici su cui magari un’altra volta mi dilungherò; non credo che i sussidi di disoccupazione ridurranno gli sprechi – temo viceversa che molti lavoratori (e imprenditori) sommersi ne profitteranno; non credo, per usare le parole del professore, che ai lavoratori oggi privi di tutele verranno davvero estese “le altre protezioni essenziali, secondo i migliori standard internazionali (maternità/paternità, malattia, ferie retribuite)”: suona molto bene, ma purtroppo non ci credo. Non credo che il progetto del professore sarà realizzato nella sua totalità, come quello del povero Biagi prima di lui. Credo invece, da pessimista qual io sono, che la Confindustria avrà buon gioco a far passare le cose che le interessano (libertà di licenziare, non “per capriccio”, ok, ho esagerato: diciamo che basta affermare che altrove si possono fare affari migliori, come Marchionne a Detroit) cassando quelle che la impegnerebbero, visto che gli impegni nei confronti dei lavoratori i nostri industriali proprio non se li sanno prendere; credo che la flexsecurity sarà usata come una bandiera per togliere altre speranze ai giovani – e quasi soltanto ai giovani (anche se Ichino ha ragione, a livello di pensione qualcosa è stato rosicchiato anche ai cinquanta-sessantenni). Insomma, per dialogare alla pari con lo stimato giuslavorista non mi manca soltanto la dottrina, ma soprattutto la fede.
Nella sua risposta Ichino ribadisce che con la flexsecurity i diritti dell’articolo 18 non verranno eliminati, ma estesi: quando però scrissi il pezzetto (il ventun dicembre) non era di estensione dei diritti che si discuteva tra ministro e sindacati, ma di abolizione dell’articolo 18. La polemica poi rientrò, forse per farci passare almeno le feste tranquilli. Stamattina però ci siamo alzati con Libero che titolava “Più assunti solo se aboliamo l’articolo 18″. E dàgli. Però questo non è Ichino, d’accordo, è Belpietro… poi abbiamo scoperto che il governo pensa di sospendere l’articolo 18 per alcune categorie di neoassunti. Ora il professore ha un bel da dire che sospendendo l’articolo in realtà i diritti non diminuiscono, ma aumentano: probabilmente ha un senso, probabilmente se tutto andasse come vuole lui la cosa funzionerebbe.  È interessante tuttavia che si prenda sempre come punto di partenza (o come titolo in prima pagina) l’abolizione dell’articolo, non l’estensione dei diritti. Magari saremo prevenuti; del resto stiamo ancora aspettando di vedere gli ammortizzatori sociali che sarebbero dovuti seguire alla legge Biagi (e al pacchetto Treu). Certo, se è per questo stiamo ancora aspettando pure l’aumento dei posti di lavoro che Treu e Biagi auspicavano. Forse arriverà tutto assieme con la Fornero-Ichino. Forse. In fondo essere ottimisti non costa nulla e migliora l’appetito. Però poi bisogna anche avere qualcosa da mettere sotto i denti.
Devo infine altre scuse al professor Ichino per quello che lui chiama “il colpo basso finale”: l’aver cioè malignamente insinuato che “lui non lo licenzia nessuno”. Ecco, pare che io sia stato ingiusto, pare che anche il professor Ichino abbia vissuto, nel passato, l’esperienza scioccante (ma anche molto stimolante, non lo nego) del licenziamento. O perlomeno, è convinto di essere stato licenziato dal PCI, che nel 1983 gli fece il grosso torto di non riproporlo alle elezioni. Neanche adesso ha la garanzia che il PD lo ricandidi, dice. Sì, ammetto di avere una visione un po’ limitata, basata sulle mie limitate esperienze. Io per licenziamento intendevo quelle situazioni in cui un boss ti chiama e ti fa firmare una letterina, oppure quando lavori per un anno nello stesso posto tutti i giorni e alla fine dell’anno hai firmato quindici contratti diversi, anzi uguali. Per Ichino, invece, essere licenziati è perdere uno spazio sull’Unità senza “neppure un rigo di commiato” (solidarietà), ed essere prontamente ripresi dal Corriere della Sera. Posso capire che dal suo punto di vista un licenziamento non sia insomma una tragedia. Mi resta il dubbio di quanti giornalisti e pubblicisti che in questi giorni stanno temendo per il loro posto possano davvero sperare in un destino simile, ma è soltanto il solito dannato Pessimismo che parla per me. Mi scuso quindi, ho scritto una cosa cattiva. Mi perdonerà se allo stato attuale faccio tuttora fatica a immaginarmi il Corriere della Sera che lo licenzia, ecco.

Così Leonardo riconosce che il problema non nasce dal fatto in sé del perdere un lavoro, ma dal rischio di dover faticare per trovarne un altro. Il piccolo passo in più che gli chiedo è di riconoscere che, se a seguito del licenziamento qualsiasi persona godesse di una robusta garanzia di continuità del reddito, di assistenza intensiva ed efficace nella ricerca della nuova occupazione e di investimento sulla sua professionalità, il mercato del lavoro smetterebbe di essere quel “buco nero” che appare oggi ai lavoratori italiani e diventerebbe invece la migliore garanzia proprio di quella libertà, dignità e sicurezza economica che tutti consideriamo un valore primario da perseguire. 

 

 

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