LO SHABBAT COME SEGNO DI LIBERTÀ

Il divieto di lavorare di sabato non è solo il primo embrione di un diritto del lavoro nella storia dell’umanità, ma è e resta soprattutto un monito rivolto a ogni persona, a difendere la propria sovranità sull’impegno a produrre (e con essa un anticipo di “liberazione dal tempo”; per chi ci spera, un assaggio di eternità)

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Intervento che ho svolto nel corso di un incontro con una comunità ebraica, svoltosi alla
Corte dei Miracoli di via Mortara, a Milano, il 28 febbraio 2026, dedicato al significato della prescrizione del riposo settimanale nel giorno che in ebraico è indicato al femminile come la Shabbat – In argomento v. anche il mio intervento alla Giornata della Memoria del 27 gennaio 2019, Il lavoro che uccide, il lavoro che salva 

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Vivere integralmente lo Shabbat, con la rigorosa sospensione di ogni lavoro, per Israele non è soltanto rispettare una regola tra le tante, uno dei dieci comandamenti: è il segno distintivo principale del popolo di Dio. Tra i popoli antichi del Mediterraneo, nessuno conosce il “giorno di riposo” periodico come oggetto di un comandamento religioso o di una norma giuridica, e neanche come pratica sociale. Gli stessi romani scoprono e incominciano a praticare il riposo settimanale soltanto in epoca tardo-imperiale, sotto l’influsso del cristianesimo; prima di allora conoscono soltanto il ciclo delle nundinae, cioè i giorni di mercato, che cadono ogni otto giorni, caratterizzati da qualche svago, che non sono però giorni di riposo dal lavoro.

Quella dello Shabbat, al di là del suo significato spirituale, può considerarsi la prima manifestazione di un “diritto del lavoro” nella storia dell’umanità: che tu sia povero o ricco, servo o padrone, hai il diritto e l’obbligo di un giorno pieno di riposo dopo sei di lavoro, un giorno da dedicare interamente a te stesso, al tuo rapporto con il prossimo, al tuo rapporto con Dio.

Nell’antichità il lavoro era molto pesante, faticoso, fonte di dolore e di morte. Lo dicono le stesse parole con cui esso è stato sempre nominato: l’italiano lavorare, come l’inglese labour, viene dal latino laborare, che significa soffrire, trovarsi in difficoltà. Le corrispondenti parole francese travail e spagnola trabajo derivano addirittura da una tortura medioevale, il tripalium, da cui è derivata anche la parola italiana travaglio. Uno dei motivi che spingono Israele a compiere l’atto coraggioso, ma anche pericolosissimo, di fuggire dall’Egitto affrontando il rischio di morire annegati nel mar Rosso, poi di morire di fame e di sete nel deserto, è proprio la necessità di sottrarsi a una schiavitù fatta di lavoro durissimo e senza soste, usato proprio come pena, come punizione:

gli Egiziani fecero lavorare i figli d’Israele trattandoli duramente. Resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla e con ogni sorta di lavoro nei campi; e a tutti questi lavori li obbligavano con durezza (Es. 5, 6-9).

Sottrarsi alla schiavitù d’Egitto significa per Israele anche emanciparsi dal lavoro che mortifica e uccide, ripristinare la propria capacità di dominare il proprio lavoro. E lo Shabbat è la massima espressione di questa libertà ritrovata, di questo recupero della sovranità della persona su sé stessa e sul proprio lavoro.

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Da allora, per fortuna, le cose sono profondamente cambiate: oggi il lavoro inteso come pena, come punizione, è drasticamente vietato, a ogni longitudine e latitudine, dall’ordinamento dell’ONU: uno dei principi fondamentali dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, organo appunto delle Nazioni Unite, è quello che dal 1998 vieta in modo assoluto “qualsiasi forma di lavoro forzato od obbligatorio” (forced or compulsory). Quel principio lo vieta anche come pena applicabile a persone detenute per avere commesso un reato: anche in carcere il lavoro può e deve essere solo quello volontario, che ridà alla persona speranza e buona coscienza di sé, del proprio valore.

C’è poi una norma dell’ordinamento dell’Unione Europea che vieta inderogabilmente non soltanto il lavoro consistente in sforzi dannosi per la salute di chi lo compie, ma anche quello che abbia soltanto tratti di monotonia e ripetitività incompatibili con il benessere psico-fisico di chi vi è addetto. Insomma, oggi in Europa – almeno in teoria – sembrerebbe essere vietato non solo il lavoro che è fonte di dolore e di morte, ma anche il lavoro che deprime la persona, la intristisce, la annoia. Sembrerebbe essere ammesso soltanto il lavoro nel quale una persona afferma se stessa, si realizza, si libera dal bisogno, si arricchisce di relazioni con chi lavora al suo fianco e con chi ha bisogno del suo lavoro.

Oggi, dunque, il diritto – almeno in teoria – ci protegge dal lavoro che uccide, che schiaccia, che ci fa soffrire. Ma non ci protegge dal modo in cui noi stessi possiamo, per nostra volontà o per nostro difetto di forza di volontà, lasciarci schiacciare dal lavoro, consentirgli di ridurci in schiavitù, di rubarci la vita. E qui torna l’importanza dello Shabbat: cioè della nostra capacità di essere noi stessi a dominare il lavoro, di imporgli un ritmo fatto anche della sosta destinata all’ascolto di Dio (Shemà Israel!), all’incontro con il prossimo e a ben vedere anche con noi stessi. Un anticipo di “liberazione dal tempo”; e, per chi ci spera, un assaggio di eternità.

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