IL COLPO DI RENI NECESSARIO AL NOSTRO SISTEMA DELLE RELAZIONI INDUSTRIALI

La crisi della contrattazione collettiva: chi esercita l’autorità salariale oggi in Italia? – Il nodo che nessuno affronta: come si stabiliscono i “perimetri” entro cui confrontare la rappresentatività dei sindacati, per l’attuazione dell’art. 39 della Costituzione?

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Articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 1° maggio 2026 – In argomento v. anche, su questo sito,  la mia relazione introduttiva al convegno promosso dalla Fondazione Anna Kuliscioff sul tema Come uscire da 80 anni di diritto sindacale transitorio 

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C’è davvero poco da festeggiare. Il sistema della rappresentanza e della contrattazione tra imprese e lavoratori sta perdendo gran parte della capacità di svolgere la propria funzione.

Il salario medio negli altri grandi Paesi europei è aumentato, negli ultimi trent’anni, fra il 30 e il 50 per cento; in Italia è diminuito del 2,4 per cento. Anche perché nello stesso periodo la produttività del lavoro, aumentata in tutti gli altri Paesi, da noi è rimasta ferma. Proprio questa stagnazione è la causa principale del fatto che, dall’inizio del nuovo secolo, in Italia più del 40% dei contratti collettivi nazionali non vengono rinnovati alla scadenza. Accade così che in alcuni settori anche i minimi previsti dai contratti collettivi si collochino al di sotto della soglia di povertà; donde gli interventi correttivi della magistratura, civile e penale, sempre più frequenti su questa materia.

Ci si sarebbe potuti attendere che il Governo ponesse mano alla fissazione di uno standard retributivo minimo, come accade nella maggior parte dei Paesi occidentali; viene invece emanato un decreto-legge che si propone di risolvere il problema attribuendo efficacia generale inderogabile su questa materia ai contratti collettivi nazionali stipulati dai sindacati più rappresentativi. Questa disposizione può risolvere soltanto una (piccola) parte dei problemi: vediamo perché.

Anche i minimi previsti dai contratti collettivi stipulati da Cgil Cisl e Uil sono soggetti al controllo giudiziale. Dunque stabilire, come si fa in quest’ultimo decreto, che a nessun contratto collettivo è consentito stabilire trattamenti economici inferiori rispetto ai contratti firmati dai sindacati più rappresentativi può servire per combattere il fenomeno dei cosiddetti contratti pirata, obiettivo apprezzabile, ma lascia irrisolto il problema di una contrattazione collettiva che perde colpi anche quando ha come protagonisti i sindacati maggiori. La contrattazione stessa vede ridursi progressivamente quel ruolo di “autorità salariale” che nessuno le aveva conteso fino alla fine del secolo scorso; e che non può essere assunto dai giudici del Lavoro, ciascuno dei quali esercita il controllo secondo i propri criteri, in relazione al caso singolo.

Dopo la grande crisi economica del 2008-2009 era parso che il sistema delle relazioni industriali fosse tornato in grado di dare vita a una fase di profonda auto-riforma, le cui linee portanti erano contenute nei grandi accordi interconfederali stipulati tra il 2011 e il 2014. Ma di quel progetto – e in particolare del nuovo sistema di misurazione della rappresentatività dei sindacati – nel decennio successivo è stata attuata solo una parte minima, del tutto insufficiente. Nessuno ha il coraggio e la capacità di affrontare la questione, sulla quale si sono incagliati tutti i progetti di attuazione del disegno contenuto nell’articolo 39 della Costituzione per rafforzare ed estendere l’efficacia dei contratti collettivi; questione sulla quale rischia di incagliarsi anche la nuova norma contenuta in quest’ultimo decreto. Perché si possa misurare la rappresentatività delle associazioni sindacali e imprenditoriali concorrenti occorre che si sia prima definito il perimetro della “categoria” o “settore” entro il quale il numero dei rappresentati deve essere rilevato; se due associazioni concorrenti stipulano contratti destinati ad applicarsi in aree in parte sovrapposte, in parte no, entro quale area deve essere rilevato il numero dei rappresentati?

Vi sono almeno due soluzioni possibili di questo problema, entrambe ragionevoli e rispettose del principio di libertà sindacale: se ne discuterà in un convegno promosso a Milano dalla Fondazione Kuliscioff per il prossimo 21 maggio. Ma l’ingegneria riformista non basta se tutti e tre i grandi protagonisti del sistema delle relazioni industriali – sindacati, imprese e governo – non ritrovano la volontà e le idee necessarie per porre fine al suo spappolamento. Volontà e idee dovrebbero poi concretarsi in un nuovo accordo fondativo che affidi, innanzitutto, allo Stato il compito di stabilire uno standard salariale minimo universale, espresso in termini di potere d’acquisto reale, per difendere le fasce più deboli e meno rappresentate dal rischio della povertà. Alle associazioni sindacali e imprenditoriali, invece, il compito di stabilire mediante accordo interconfederale il criterio di misurazione della rappresentatività e il criterio di determinazione del perimetro entro cui si essa va misurata nel caso di concorso di contratti destinati ad applicarsi in aree solo in parte sovrapposte.

Parallelamente dovrà svilupparsi il discorso su una nuova e coraggiosa ripartizione del monte-salari tra la parte fissa e la parte destinata a incentivare l’aumento della produttività aziendale: che implica stimolare la scommessa comune tra imprenditore e dipendenti sull’innovazione del processo produttivo.

Utopia? Forse. Ma almeno nel giorno della Festa del Lavoro, visto che abbiamo poco da festeggiare, deve esserci consentito almeno di sognare.

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