Non può essere una legge a risolvere il problema di una produttività del lavoro stagnante: occorrerebbe rendere più attrattivo il Paese per le multinazionali, incentivare la migrazione della forza-lavoro verso le imprese che la valorizzano meglio e fare in modo che una parte maggiore delle paghe sia legata alla produttività
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Interviste parallele a Giuliano Cazzola e a Pietro Ichino, a cura di Laura Sala, pubblicate su Huffington Post il 26 giugno 2026 – Sulla politica del lavoro del Governo v. anche, su questo sito, il mio articolo Quanto c’è di buono nella legge delega, pubblicato il 30 settembre 2025 su lavoce.info
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Il decreto sul ‘salario giusto’ non è il toccasana per dare sollievo alle basse retribuzioni di cui il Paese soffre da anni ma secondo l’ex sindacalista Giuliano Cazzola “può aiutare”. Per Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro nell’Università di Milano, il problema ha origine nella stagnazione della produttività ed è quindi ben più ampio. Opinioni a confronto sulle misure del decreto convertito in legge dal Parlamento.
Il livello dei salari in Italia è tra i più bassi in Europa e i giovani, se possono, scappano all’estero, anche i più qualificati. I salari reali sono inferiori dell’8% rispetto al 2020. Le norme sul cosiddetto ‘salario giusto’, previste nel ‘decreto Primo Maggio’ e convertito in legge in questi giorni dal Parlamento, sono efficaci per migliorare questa situazione e a favorire il rispetto dell’articolo 36 della Costituzione?
Cazzola – Dipende molto da come si fanno i contratti, perché il trattamento economico complessivo (Tec) a cui il decreto si riferisce è quello che viene definito dalla contrattazione collettiva instaurata e sottoscritta dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Il decreto di per sé non migliora i salari ma dà un parametro di riferimento. Adesso anche i sindacati più critici riconoscono che i contratti si rinnovano qualche punto al di sopra dell’inflazione, quindi nel lungo periodo i salari reali dovrebbero recuperare.
Ichino – La stagnazione delle retribuzioni medie nella maggior parte dei settori, nel nostro Paese, è un fenomeno che dura ormai da un trentennio ed è per gran parte la conseguenza inevitabile della stagnazione della produttività del lavoro. Non può dunque bastare una norma che individua il contratto collettivo applicabile per risolvere un problema di questa natura.
Il ‘salario minimo’ chiesto dalle opposizioni avrebbe dato maggiori garanzie alle fasce più basse?
Cazzola – Penso di no, in ogni caso sono due logiche diverse. Il salario minimo legale interviene su una voce della retribuzione che fa parte del trattamento economico minimo, ma il trattamento economico complessivo, il Tec previsto nel decreto, è molto più ricco e contiene altre voci valorizzabili sul piano economico. Considero un passo importante l’accordo del 17 giugno tra Cgil, Cisl e Uil, che ora dovrà essere sottoposto alle associazioni di impresa, in cui, tra l’altro, sono state definite le voci del trattamento economico complessivo.
Ichino – Istituire uno standard retributivo minimo orario a carattere universale può aiutare a risolvere il problema dei salari innaturalmente bassi nei settori – che ci sono, eccome! – dove la contrattazione collettiva non riesce ad arrivare e dove dunque i datori di lavoro riescono ancora a lucrare la rendita monopsonistica tipica del mercato del lavoro originario. Ma si tratta soltanto di una parte marginale del tessuto produttivo. E comunque il problema della stagnazione delle retribuzioni non ha lì le sue radici principali.
Siete d’accordo con il binomio ‘bassa produttività-bassi salari’?
Cazzola – È un dato di fatto, non è un problema di essere d’accordo o no. La bassa produttività influisce sul livello dei salari. Il problema è che in Italia abbiamo degli elementi strutturali che contribuiscono alla bassa produttività, ad esempio la grandissima quantità di aziende al di sotto dei 10 dipendenti, il nanismo della nostra base produttiva, oltre agli investimenti. Diventa difficile chiedere a queste aziende di aumentare la produttività.
Ichino – Sono d’accordo sul punto che per ottenere l’aumento dei livelli retributivi medi è indispensabile aumentare la produttività media del lavoro. Per questo occorre innanzitutto favorire la migrazione della forza-lavoro verso le aziende più capaci di valorizzarla; il che implica smettere di incoraggiare le persone a rimanere attaccate con le unghie e coi denti alle aziende a bassa produttività, o addirittura decotte, come invece facciamo sistematicamente; implica inoltre potenziare molto le politiche attive nel mercato del lavoro, volte a favorire, indirizzare e sostenere concretamente la migrazione necessaria. Occorre, poi, aumentare l’apertura e l’attrattività del nostro Paese nei confronti delle imprese multinazionali, dove la produttività del lavoro è mediamente superiore del 50 per cento rispetto alle nostre imprese indigene: nel nostro Paese si registra invece una ostilità bi-partisan nei confronti delle imprese multinazionali straniere. E infatti la sua capacità di attrarle è la più bassa d’Europa.
Il decreto mette come riferimento i contratti di lavoro firmati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale. Ma se non c’è una norma chiara e concordata sulla rappresentanza, come si fa a stabilire la valenza dei contratti?
Cazzola – Io su questo tema ho forti riserve. Le parti sociali che sostengono una procedura che riconosca la rappresentatività, privilegiano un aspetto soggettivo. La logica del decreto è che viene privilegiato il fatto oggettivo, cioè il contenuto del contratto e non possiamo giocare a nascondino. Quando il 97% dei lavoratori è coperto da contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil, già questo dato indica quali sono le organizzazioni maggiormente rappresentative senza dover fare delle leggi o calcoli complicati.
Ichino – Effettivamente il decreto non affronta la questione cruciale, in questa materia: cioè quella della definizione dei “perimetri” delle categorie entro le quali va misurata e confrontata la rappresentatività dei sindacati nel caso di conflitto fra di essi. Però non esagererei il peso effettivo della questione del conflitto tra contratti collettivi: il nodo centrale del problema dei bassi salari non sta qui.
Il provvedimento è utile a combattere i contratti pirata?
Cazzola – Io tendo a non sopravvalutare i contratti pirata perché riguardano una minoranza dei lavoratori e secondo me sono contrastabili, non solo con il nuovo decreto. Questo perché se ci sono organizzazioni sindacali diverse che trattano con i datori di lavoro, devono comunque fare contratti che siano compatibili con i trattamenti previsti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative, altrimenti i lavoratori sono esclusi dagli incentivi. Ricordo poi che la Procura di Milano ha dato la caccia alle aziende che a suo avviso applicavano trattamenti inferiori a quanto previsto all’articolo 36 della Costituzione e le ha indotte a rivedere i trattamenti. Ecco, secondo me applicando le leggi sul lavoro il fenomeno si può combattere.
Ichino – Per questo aspetto, il decreto qualche utilità ce l’ha. Ma, come ho appena detto, non è questo il nodo centrale del problema: i cosiddetti contratti pirata si applicano a una frazione assai esigua della forza-lavoro italiana; e in molti casi non prevedono minimi retributivi inferiori rispetto ai contratti leader.
Il capo III del decreto è dedicato alla prevenzione e al contrasto al caporalato digitale. L’obiettivo è chiaro, ma i rider saranno effettivamente più tutelati da queste misure?
Cazzola – I rider, soprattutto gli stranieri, che operano su piattaforme lamentano di essere soffocati da una sorta di caporalato, di cui hanno responsabilità anche le aziende, con figure che esercitano una specie di controllo sul collegamento e si fanno dare una tangente. Su questo interviene il decreto. Per il resto, bisognerà cercare di avviare una forma di contrattazione collettiva, perché questa forma di lavoro moderna su piattaforma coinvolge decine di milioni persone in Europa, non solo i rider. Bene la direttiva Ue, è necessario giungere ad una regolamentazione anche legislativa a livello europeo e poi cominciare con le parti sociali ad avviare esperimenti di contrattazione collettiva.
Ichino – Le nuove norme contenute nel decreto su questa materia sono in parte l’attuazione della direttiva UE n. 2024/2831. Non è facile prevedere quale impatto avranno in questo segmento del tessuto produttivo; in linea generale si può dire, però, che i tentativi fatti fin qui di applicare le categorie del diritto del lavoro del Novecento al platform work non hanno dato risultati nettamente positivi. Probabilmente qui occorre un ordinamento radicalmente nuovo, adatto a una forma di organizzazione del lavoro nella quale l’eterodirezione tradizionale e il tempo della prestazione hanno un peso sempre minore e dunque la struttura stessa dello scambio lavoro-retribuzione va interamente ripensata.
