L’ALTERNATIVA CHE RIDÀ UN SENSO ALLA POLITICA

Oggi la scelta fondamentale non è tra destra e sinistra: è se accelerare il processo di integrazione nella UE o congelarlo – Poi, su entrambi i versanti c’è chi è più orientato a sinistra e chi più a destra; ma il vero spartiacque è quello che corre tra sovranisti e fautori della nascita degli Stati Uniti d’Europa

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Intervista a cura di Claudio Marincola pubblicata sul quotidiano
L’Altravoce il 2 aprile 2026 – Sul tema del nuovo spartiacque fondamentale della politica in Europa v. il portale a esso dedicato su questo sito 

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C’è un riformismo che non alza la voce ma non arretra di un millimetro. E poi c’è il rumore di fondo:  slogan, appartenenze, tifoserie travestite da analisi. Pietro Ichino sta nel primo campo, minoritario e  scomodo, soprattutto oggi che il riformismo è tornato a essere una terra di nessuno: troppo tecnico per infiammare, troppo concreto per nascondersi.

Nella stagione dei referendum sulla giustizia e nel dibattito sulla riforma Nordio, Ichino ha scelto una linea laica – cioè ingrata – criticando insieme il governo e le corporazioni della magistratura, senza concedere sconti né cercare applausi facili.

Professore, nella stagione referendaria sulla giustizia e il dibattito sulla riforma promossa dal ministro Carlo Nordio lei ha mantenuto una posizione laica, criticando sia il ministro stesso sia l’Associazione Nazionale Magistrati: ritiene che ci siano ancora margini per interventi correttivi su questa materia in futuro?
Il Governo ha sbagliato quando ha chiuso alla collaborazione in Parlamento con una parte dell’opposizione e l’A.N.M. ha sbagliato impegnando l’intera magistratura come tale nella campagna per il No. Il risultato è che la riforma del processo penale rimane incompiuta, e ora sarà molto più difficile riaprire il discorso sul suo completamento.

In uno scenario politico sempre più orientato al bipolarismo, quale forza attrattiva in particolare sui giovani vede oggi per una cultura riformista in Italia?
Come è dimostrato dalle elezioni politiche in Ungheria, in tutta Europa la scelta politica fondamentale oggi non è tra destra e sinistra: è se accelerare il processo di integrazione nella UE o rallentarlo, congelarlo. Poi, sia tra gli europeisti sia tra gli euro-scettici, ovviamente, c’è chi è più orientato a sinistra e chi più a destra; ma lo spartiacque di maggior rilievo è quello che corre tra sovranisti e fautori della nascita degli Stati Uniti d’Europa. Il problema è che questa alternativa cruciale non è evidenziata dagli schieramenti politici attuali.

Sia il centro-destra, sia il centro-sinistra, hanno al loro interno sia europeisti sia sovranisti.
Appunto. Ed è proprio questo difetto di chiarezza sulla questione cruciale che genera disorientamento e disaffezione dalla politica. Soprattutto tra i più giovani, che non hanno nel loro DNA le grandi contrapposizioni ideologiche del secolo scorso.

Il Partito Democratico si colloca sicuramente sul versante europeista; ma la posizione del M5S e di AVS su questo che lei indica come discrimine fondamentale è molto più ambigua. Vede in questo un problema per il consolidarsi di un “campo largo” del centro-sinistra?
Credo che il PD dovrebbe esplicitare in modo molto più netto la propria opzione europeista, facendo asse su questo punto con +Europa, Italia Viva e possibilmente anche Azione, chiarendo con forza che questa è la scelta politica fondamentale. La coalizione del PD con M5S e AVS non può avere ambiguità su questo discrimine fondamentale: potrà comportare sfumature programmatiche più “di sinistra”, ovviamente, ma sempre nell’alveo di questa scelta netta.

Il problema è che Giuseppe Conte sta di fatto lanciando un’OPA sulla leadership del campo progressista.
Il problema non è che Conte lanci la sua OPA; il problema è che non è abbastanza limpida la posizione di Elly Schlein sulla collocazione del PD rispetto allo spartiacque fondamentale.

Lei è stato tra i sostenitori del Jobs Act: col senno di poi, rifarebbe quella scelta?
Il Jobs Act ha fatto bene al nostro mercato del lavoro e alla nostra economia. In particolare, era necessario il passaggio da un regime di sostanziale job property, che avvicinava troppo il modello del lavoro nelle aziende di dimensioni medio-grandi a quello del pubblico impiego, a un regime che riducesse la vischiosità del mercato del lavoro. Anche per combattere il nanismo delle imprese che caratterizza la nostra economia.

Proprio per questo aspetto, però, il Jobs Act è stato incisivamente depotenziato dagli interventi della Corte costituzionale.
È stato depotenziato, per questo aspetto, più da un rifiuto diffuso in seno alla magistratura del Lavoro che dagli interventi della Consulta. Ciononostante questa riforma ha comunque inciso profondamente sul funzionamento del tessuto produttivo e del mercato del lavoro italiano, in direzione di una armonizzazione rispetto agli altri Paesi della UE. Quello che sorprende, semmai, è che nelle due legislature successive siano state deliberatamente abrogate altre parti importanti di quella riforma.

Quali?
Penso soprattutto all’unificazione organica degli ispettorati del lavoro: a ogni infortunio mortale sul lavoro tutti si stracciano le vesti, ma quando nel 2024 il Governo ha abrogato questa parte del Jobs Act – il d.lgs. n. 149/2015 – in omaggio a resistenze corporative, non si è alzata alcuna voce di protesta né dal movimento sindacale né dall’opinione pubblica. Penso anche al monitoraggio sistematico dell’efficacia della formazione professionale finanziata con fondi pubblici, previsto dal d.lgs. n. 150/2015: totalmente disapplicato, nonostante che sia considerato da tutti gli esperti come lo strumento essenziale per il necessario drastico aumento dell’efficacia dei servizi in questo settore strategico fondamentale.

È vero che il mercato del lavoro va verso una crescente precarizzazione?
Questa è la percezione diffusa, dovuta al fatto che i contratti a tempo determinato prevalgono nei flussi delle nuove assunzioni. Ma in termini di stock i rapporti di lavoro a termine sono da molti anni stabilmente circa un sesto del totale: un dato fisiologico, allineato alla media UE. È molto più preoccupante la stagnazione della produttività media del lavoro, cui consegue la stagnazione dei livelli retributivi.

Il salario minimo è una possibile risposta a questa stagnazione?
Gli studi di economia del lavoro forniscono una forte evidenza empirica del fatto che la fissazione di uno standard retributivo orario minimo universale ben calibrato è efficace per correggere le distorsioni del mercato del lavoro nella fascia più bassa, con effetti positivi anche sulle fasce immediatamente superiori. Il Jobs Act conteneva una delega al Governo su questa materia, che però non fu esercitata, nel 2015, per la drastica opposizione di Cgil e Cisl.

Una delega legislativa su questo punto è contenuta anche nel Collegato Lavoro 2025, entrato in vigore nell’ottobre scorso.
Sì: una vicenda politica, questa, molto curiosa e per certi aspetti misteriosa…

In che senso?
La legge n. 144/2025 contiene una delega al Governo, su questa materia, di contenuto molto simile a quella contenuta nel Jobs Act, che ha per oggetto la fissazione in via sussidiaria del minimo retributivo nei settori in cui un contratto collettivo applicabile manchi o venga rinnovato con eccessivo ritardo. Senonché il termine semestrale per l’esercizio della delega scade fra pochi giorni e nessuno schema legislativo è stato presentato in tempo utile dal Governo alle Commissioni Lavoro delle due Camere, per il parere preventivo previsto.

Vuol dire che il Governo si è fatto delegare dal Parlamento, ma poi rinuncia a esercitare la delega?
È quello che sta accadendo. Misterioso non è soltanto il comportamento del Governo, ma anche quello dell’opposizione, che non gliene chiede conto in Parlamento.

Crede che il sindacato italiano, anche alla luce delle sue divisioni interne, stia facendo abbastanza?
Penso che in crisi non sia soltanto il sindacato, ma l’intero sistema italiano delle relazioni industriali, di cui sono protagoniste anche le associazioni imprenditoriali. Un sistema che resta inerte di fronte alla situazione di stagnazione delle retribuzioni, se non addirittura di regressione in termini di potere d’acquisto reale; e in questa situazione lascia che la funzione di autorità salariale venga sottratta alla contrattazione collettiva per effetto di un fenomeno di diffusa supplenza giudiziaria.

Come dovrebbe reagire invece il sistema delle relazioni industriali, secondo lei?
Innanzitutto attivandosi per l’attuazione della parte dell’articolo 39 della Costituzione che prevede l’attribuzione dell’efficacia erga omnes ai contratti collettivi stipulati dalle associazioni maggiormente rappresentative. Ci sono almeno tre soluzioni possibili a Costituzione invariata: basterebbe che le Confederazioni sindacali e imprenditoriali maggiori ne scegliessero una e inviassero a Governo e Parlamento un avviso comune, magari contenuto in un accordo interconfederale. Lo stesso accordo potrebbe prevedere una innovazione nella struttura delle retribuzioni che favorirebbe l’aumento della produttività del lavoro.

Come potrebbe funzionare?
L’accordo interconfederale potrebbe istituire un premio di produzione aziendale, applicabile in tutte le aziende, calcolato sull’aumento del Margine Operativo Lordo registrato nell’ultimo anno. E prevedere: a) che ogni contratto collettivo di settore determini la percentuale di quell’aumento che deve essere distribuita ai lavoratori; b) che il contratto aziendale liberamente possa sostituirlo con un premio calcolato in modo diverso, secondo le caratteristiche peculiari dell’impresa. Questo consentirebbe di spostare una parte rilevante del monte salari su questa voce retributiva, con l’effetto di un forte incentivo all’adozione di piani industriali che consentano il recupero di produttività. E anche di stimolare la migrazione della forza-lavoro verso le imprese più produttive.

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