AUTONOMIA DELLA MAGISTRATURA NON SIGNIFICA TORRE D’AVORIO

Autogoverno e indipendenza della magistratura non devono essere intesi come sua irresponsabilità rispetto agli standard minimi di buon funzionamento tollerabili in un Paese civile – In un referendum, comunque, conta più il testo su cui si è chiamati a votare che il contesto politico in cui si vota

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Intervista a cura di Claudio Cerasa, pubblicata dal quotidiano 
il Foglio, 19 marzo 2026 – In argomento v. anche il mio articolo comparso il 14 marzo 2026 sulla rivista Eco, Tre criteri per decidere come votare

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Meno irresponsabilità uguale più credibilità. Più credibilità uguale più giustizia. Meno corporativismo uguale più fiducia nel futuro. Pietro Ichino è uno dei volti simbolo del riformismo italiano e il suo volto è legato ad alcune stagioni coraggiose della storia recente del nostro Paese. Ichino ha combattuto a lungo contro le rigidità autolesioniste delle corporazioni, del nostro sistema burocratic, e oggi ha scelto di far propria una nuova battaglia riformista che non ha certo la stessa portata del Jobs Act ma che potrebbe aiutare l’Italia a fare un passo avanti per avere una giustizia più forte, più efficiente e dunque meno autolesionista. Ichino, che voterà Sì al referendum costituzionale pur provenendo da una storia distante da quella del centrodestra – tra il 2008 e il 2018 è stato senatore del PD e nel 2013 scrisse insieme a Mario Monti il programma di Scelta Civica – in questa conversazione con il Foglio offre molti spunti di riflessione per ragionare attorno al tema della Giustizia del futuro.

Professore, a tre giorni dal voto che cosa pensa della campagna referendaria?
È stata una campagna unica nel suo genere: ciascuno dei protagonisti delle parti contrapposte ha fatto tutto il possibile per fornire argomenti alla parte avversa. Da un lato la maggioranza, blindando il proprio disegno di legge per renderlo impermeabile agli emendamenti dell’opposizione; e il ministro della Giustizia, invitando l’opposizione di sinistra a considerare i vantaggi di una minore libertà d’azione della magistratura, come se questo fosse un possibile effetto della riforma.

Non lo è?
Se ci fosse stata anche una sola parola, nelle nuove norme costituzionali, che consentisse questa interpretazione, il Capo dello Stato non la avrebbe lasciata passare. E tuttavia, sul fronte opposto, all’Associazione Nazionale Magistrati non è parso vero di poter fare propria la lettura delle nuove norme proposta dal ministro; per precipitarsi a scendere in campo, in rappresentanza di tutti i giudici come se essi non potessero che essere tutti d’accordo, costituendo il primo “Comitato per il NO” e addirittura collocandone la sede presso la Corte di Cassazione. Così l’A.N.M. ha cooperato col Governo a trasformare il referendum in un aberrante plebiscito pro o contro i giudici: una anomalia costituzionale di gravità inaudita, della quale non mi sembra che l’opinione pubblica si sia pienamente resa conto.

L’A.N.M. lo spiega sostenendo che i giudici hanno il dovere di difendere la Costituzione.
Ma la Costituzione contiene anche l’articolo 138, che ne prevede – con le debite cautele – la modificabilità: non si difende la Costituzione obliterandone questa norma essenziale e teorizzandone l’immutabilità. L’avversione dell’A.N.M. al completamento della riforma del processo penale contenuto in questa riforma, del resto, non nasce affatto come reazione alle avventurose esternazioni del ministro Nordio: l’A.N.M. si oppose in modo molto netto alla separazione delle carriere di giudici e pm già nel 1987-88, quando il Parlamento stava discutendo la riforma del processo penale sostenuta dal ministro socialista Giuliano Vassalli. Già allora questa presa di posizione apparve come una esondazione rispetto all’alveo in cui la magistratura in quanto tale dovrebbe mantenere le proprie prese di posizione sul terreno legislativo, in ossequio al principio della divisione dei poteri. Il problema è che oggi quella esondazione ha assunto l’aspetto preoccupante dell’atto di nascita di una sorta di “partito dei giudici”.

Il giustizialismo, però, non nasce oggi. E ha radici profonde non solo nel populismo di sinistra, ma anche in quello di destra.
È vero. Ma oggi nell’iniziativa dell’A.N.M. e nell’accodarsi ad essa della maggior parte delle forze di opposizione, vedo soprattutto il pericolo di una mutazione genetica della sinistra politica. Mutazione che si manifesta, tra l’altro, nella sua cecità e afasia di fronte alle disfunzioni di un sistema – quello dell’Amministrazione giudiziaria – tendente ad autoconservarsi nonostante i propri gravissimi difetti strutturali. A un suo gravissimo difetto strutturale è imputabile la lentezza patologica dei processi, penali e civili, incompatibile con lo sviluppo e la modernizzazione del nostro sistema economico e con il rispetto sostanziale dei diritti costituzionali dei cittadini.

Quali diritti costituzionali considera pregiudicati dal modo in cui funziona oggi la Giustizia?
Il diritto ad avere una sentenza entro un tempo ragionevole, sia nel campo civile, sia in quello penale: una sentenza definitiva che arriva con dieci anni di ritardo è sostanzialmente un diniego di giustizia. Diniego che mina alla base tutti gli altri diritti costituzionali del cittadino. Se fosse veramente preoccupata di questa violazione sistematica della Costituzione, l’A.N.M. dovrebbe essere la prima a sottolineare che l’autonomia della magistratura non può e non deve significare in alcun modo autoreferenzialità.

In che senso l’autonomia va distinta dall’autoreferenzialità?
L’autonomia che è pienamente garantita dalla Costituzione, sia nella sua formulazione oggi in vigore sia in quella contenuta nei nuovi articoli 104 e 105, significa autogoverno e garanzia di totale indipendenza dei magistrati; ma non significa affatto che l’Amministrazione della Giustizia non debba rendere conto della propria efficienza, che non possano esserci degli organi di controllo cui gli uffici giudiziari debbano rendere conto. Autogoverno e indipendenza della magistratura non significano una sua irresponsabilità rispetto agli standard minimi di buon funzionamento tollerabili in un Paese civile.

Sta dicendo che l’Amministrazione della Giustizia ha un difetto di accountability verso i cittadini?
Sì, proprio questo: l’autonomia della magistratura, principio sacrosanto, non comporta affatto che essa diventi un corpo separato, governato da logiche interne difficilmente penetrabili, irresponsabile circa quei “livelli essenziale delle prestazioni” a cui le altre Amministrazioni pubbliche sono vincolate.

Carlo Nordio

Lei non teme che questa riforma possa davvero ridurre l’autonomia della magistratura dall’esecutivo?
Non sono queste norme che possono produrre un effetto di questo genere. Così come esse non produrranno gli effetti vantati da Meloni, di riduzione degli stupri e delle violenze, o dei delinquenti a piede libero. Il problema è semmai che questa riforma lascia aperte tutte le questioni più gravi del funzionamento della Giustizia. Se Governo e A.N.M. avessero dedicato a questi problemi lo stesso impegno che hanno dedicato a diffondere fake news bi-partisan sui contenuti della riforma, la Giustizia italiana funzionerebbe sicuramente un po’ meglio di come funziona oggi.

I fautori del No sostengono che la separazione delle funzioni e delle carriere, con la legge Cartabia, è già stata sostanzialmente realizzata.
Solo in parte: una separazione completa implica anche concorsi diversi per l’accesso alle due carriere e organi di autogoverno diversi: per questo è effettivamente necessaria una riforma costituzionale. Per altro verso la “terzietà” del giudice sancita dall’articolo 111 della Costituzione non può essere – e apparire – pienamente tale finché il pm può entrare nella stanza del giudice “da collega”, senza bussare, mentre l’avvocato difensore dell’imputato deve chiedere un appuntamento e non è neppure certo di ottenerlo. La distinzione delle funzioni, in altri ambiti, è generalmente considerata una garanzia di equilibrio: perché nel campo della Giustizia dovrebbe essere vista come un attentato all’autonomia delle funzioni stesse?

Il sorteggio è considerato dai fautori del No lesivo della dignità dei magistrati. Può davvero essere considerato come uno strumento per limitare le dinamiche corporative al loro interno?
Il sorteggio è già previsto dalla Costituzione per la formazione del collegio che giudica il Presidente della Repubblica in caso di impeachment, nonché di quello che giudica i ministri. È sostanzialmente un sorteggio anche il modo in cui viene individuato il giudice di un processo in cui può essere irrogato l’ergastolo. Perché dovremmo considerare lesivo della dignità della magistratura il sorteggio periodico dei membri del nuovo C.S.M. o dell’Alta Corte disciplinare? Si sarebbe potuto scegliere l’elezione in collegio uninominale, come proposto dal PD; ma il sorteggio è effettivamente il metodo che azzera ogni possibile rapporto di debito-credito fra il membro del collegio – che, si osservi, non ha funzioni di rappresentanza – e i suoi colleghi.

L’esperienza italiana mostra come alcune decisioni giudiziarie abbiano effetti diretti su politica industriale e sviluppo: questo rende necessario, secondo lei, un maggiore equilibrio tra poteri?
Una cosa è certa: oggi assistiamo a una preoccupante evanescenza del potere legislativo, sia esso esercitato dal Parlamento o – come accade per almeno due terzi delle leggi – dal governo: si legifera in modo episodico, senza alcuna visione strategica, il più delle volte sull’onda dell’emozione per questo o quel fatto di cronaca. Quanto al potere esecutivo, al di là dellle fanfaronate di questo o quel ministro la realtà è che – se si eccettuano poche isole felici – anch’esso soffre gravemente a causa dell’inefficienza dell’apparato amministrativo. Ne consegue l’apertura di larghi spazi per una supplenza giudiziaria…

… che dovrebbe costituire l’eccezione ma diventa spesso la regola. Come se ne esce?
Il riequilibrio tra i poteri non va certo perseguito con una riduzione dell’autonomia della magistratura, che comunque non deriverà da questa riforma, se essa entrerà in vigore. Va perseguito semmai svegliando il Parlamento dal suo attuale letargo e con un incisivo ammodernamento dell’Amministrazione pubblica. Ma questo è tutt’un altro discorso.

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