Un eccesso di “purismo” nella selezione dei rebus da pubblicare rischia di portare (o ci siamno già arrivati?) ad avallare una degenerazione che ha ben poco a che vedere con la nostra cultura rebus e a mettere al bando giochi stupendi
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Articolo di Alfredo Baroni (Bardo), pubblicato nel lontano 1984 sulla rivista La Sibilla, qui riprodotto per gentile concessione del suo Direttore Guido Iazzetta – Sullo stesso tema v., su questo sito, l’intervento di Lucignolo, Ancora contro il dogmatismo della “chiave unica”
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Vi è da parte di alcuni enigmisti una netta ostilità nei confronti dei rebus nei quali sono compresenti chiavi di denominazione e chiavi di relazione.
Al di là dei gusti personali, a mio avviso, esistono alcuni elementi che, oggettivamente, sono in grado di giustificare l’accettazione del rebus “misto” nel quale siano presenti.
Come è noto, il rebus è stato paragonato ad un triangolo, possibilmente equilatero, i cui lati sono: la vignetta, la chiave, la frase. Altri hanno sostenuto che in realtà questo triangolo deve essere scaleno e che il lato più lungo (= importante) deve essere la chiave.
Sulla “scalenicità” del triangolo posso anche essere d’accordo ma io sono della opinione che il lato lungo non deve essere univocamente la chiave: può essere anche la frase o l’illustrazione. Mi spiego: un rebus con chiave assai lineare come “M astice in colo RE = Mastice incolore” realizzato con uno splendido disegno, o un rebus del tipo “L Atena; ciabatte OG; nidi F; fico LTA = La tenacia batte ogni difficoltà” in cui è la frase a prevalere, sono degni d’encomio al pari di “à L, L: è grave dove L, L à = Allegra vedovella” in cui è la straordinaria chiave ad attrarre l’attenzione.
Fatta questa osservazione, si può agevolmente capire quali siano le condizioni che rendono un rebus “misto” accettabile senza riserve:
- Una bella chiave che non si è riusciti a “chiudere” senza rendere “misto” il gioco;
- una pregevole frase finale;
- altri pregi (fra i quali l’illustrazione, quando sia lodevole).
Per semplificare, guardiamo la tabella riportata qui con quindici rebus di cinque diversi autori.

Questi giochi sono tutti “misti” e quindi, secondo alcuni, da condannare.
Ma bocciare i rebus della prima colonna per la presenza, rispettivamente, di EPA, ORI, ATI, SCI, LEGGE e RUDI, ignorando che tramite il loro utilizzo si è riusciti a “piazzare” chiavi stupende, non sarebbe da ottusi?
Oppure, perché voler negare al rebus anche una funzione didattica e quindi ostacolare rebus come quelli della seconda colonna che contengono frasi concettualmente molto valide? A dire il vero una risposta è già stata data: per essere moderni. Ora, che essere moderni voglia dire essere incoscienti è ancora tutto da dimostrare.
Infine, si guardi la terza colonna: il valore dell’accostamento ATTINGE/VERSA viene forse sminuito dalla presenza delle ILE finali? Ancora, sono da gettare i rebus di Lionello e di Tenaviv perché “misti”, oppure sono da lodare per la possibilità di illustrazione unitaria che essi offrono? E non bastano forse gli stupendi disegni supporti del rebus di Leone da Cagli e di Zio Igna, a legittimare la loro pubblicazione?
In conclusione, bisogna stare attenti a criticare tout court il tipo di rebus in questione senza un’obiettiva analisi dei reali pregi di ogni singolo lavoro. Altrimenti, guardando solo alla purezza del linguaggio rebussistico, si arriverà (o ci siamno già arrivati?) ad avallare porcheriole che,,secondo me, hanno ben poco a che vedere con il rebus, e si trascurerà di dare il giusto valore a giochi stupendi che possono contribuire notevolmente ad esaltare l’illustrato.
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