Il pregio e la godibilità di un rebus possono – certo – dipendere dalla “compattezza” della chiave, soprattutto quando essa è costruita su una azione o relazione; ma possono anche risiedere nella combinazione in una stessa immagine di chiavi diverse, e persino nel carattere paradossale della compresenza di elementi iconici disparati
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Articolo di Luca Fiocchi Nicolai (in arte Lucignolo), 2 aprile 2026 – In argomento, dello stesso Autore, v. su questo sito La vera “accademia” del rebus
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Con l’ideazione di quella particolare variante che prende il nome di stereoscopico, Giancarlo Brighenti rivelò molto chiaramente la sua innovativa concezione del rebus, mostrando tutte le potenzialità narrative della frase di prima lettura, che una tradizione prima di lui voleva relegata a funzioni ancillari rispetto alla frase risolutiva, vero dominus della composizione e occasione per gli autori di sfoggiare in uno stile sentenzioso e prezioso tutta la propria padronanza dell’italiano letterario. Queste funzioni si erano sempre limitate all’enumerazione o descrizione di un quadretto composito, attraverso più chiavi eterogenee senza relazione tra loro, escogitate a modo di zeppe per completare in qualche modo la frase, dando luogo ad illustrazioni che solo l’estro di un bravo disegnatore poteva far apparire armoniche e coerenti, ma che il più delle volte rivelavano tutta la loro casualità.
Brighenti vide che la frase di prima lettura poteva raccontare una storia, e l’unità di azione essere descritta da una sequenza temporale di più scene aventi lo stesso soggetto narrativo; una volta stabilito il tempo presente di riferimento, bastava collocare le etichette alfabetiche nella relativa vignetta e far corrispondere il tempo del verbo a quello della situazione da descrivere. In tal modo le chiavi, ciascuna in relazione colle altre, in un rapporto di necessità nell’economia della narrazione, lungi dal fare da riempitivo, erano chiamate tutte a dare il loro contributo al dipanarsi della fabula, regalando alla frase di prima lettura lo spessore di testo autonomo e compiuto. Il mutamento di qualità enunciativa della frase di prima lettura comportò il drastico ridimensionamento della frase risolutiva, ora dispiegantesi preferibilmente in frasi secche, brevi sintagmi, icastici titoli di giornale.
Questa inversione di importanza tra le due frasi non rimase confinata al rebus stereoscopico, ma riguardò anche il rebus tradizionale illustrato da una sola vignetta, la quale ora, nella sua versione “classica”, non fu nient’altro che la rappresentazione di un’azione o situazione unitaria a un tempo dato, tempo presente per definizione.
La su descritta rivoluzione ha cambiato radicalmente i criteri con cui individuare i pregi formali di un rebus ideale, capaci di farne un gioco pubblicabile da una rivista per soli abbonati: essi da allora consistono nell’invenzione di una frase di prima lettura a chiave unica, a verbalizzare una scena coerente dal punto di vista drammaturgico, e in grado di dar luogo dopo opportuna risegmentazione a una soluzione accettabile e dicibile; con tali requisiti il rebus può rientrare nel novero dei rebus classici, ma senza di essi, fosse pure straordinariamente congegnato, finisce “relegato” nelle riviste (meritoriamente) popolari.
Quello che fa storcere il naso ai fautori di una conventio ad excludendum applicata ai rebus con chiavi miste, è la compresenza in quei testi di parti irrelate tra loro tra cui una o più non necessarie e come prive di scopo ai fini della storia: in un racconto che si rispetti vengono riferite solo cose attinenti alla vicenda o situazione descritta senza spreco di risorse narrative. E in effetti a rigore il contenuto di una proposizione o di una sua parte dovrebbe potersi giustificare sia pure all’interno del contesto a cui rimanda e dal quale acquista il suo senso compiuto. Della presenza di certe chiavi come sospese nel vuoto e isolate dal resto della frase, è giusto chiedersi il motivo. Esse paiono la prova di un’imperfezione del gioco non altrimenti realizzabile.
Senonchè il rebus non è una novella breve e la frase di prima lettura mantiene la sua natura di enunciazione da parte di un ideale osservatore di persone, cose, fatti e situazioni che egli vede e di cui vuol farci in qualche modo partecipi; le chiavi, armonizzate o meno tra loro, fanno pur sempre da didascalia a corredo di un’immagine e rimandano per forza di cose a un contesto iconico. Nel quale può capitare che il protagonista sia proprio il caos come nelle scene vivaci della vita cittadina, in cui fra tanti soggetti è difficile selezionare elementi di per sé degni più di altri di essere riferiti.
Chi scrive è autore di questo

a V versar inetta M è; N tè su pera TI = Avversari nettamente superati
Pubblicato nel numero 4901 de La Settimana Enigmistica (che ringraziamo vivamente per avercene fornito il file e autorizzato la pubblicazione), contiene una frase la cui funzione didascalica è resa evidente dalla presenza di due distinte proposizioni, separate dal punto e virgola, senza relazione o nesso di causa effetto tra i due enunciati. Il disegnatore però, profittando delle possibili associazioni tra il tè, la pera e l’atto del versare, è stato in grado di dotare tali elementi di un’ambientazione unitaria, di inserirli cioè in un contesto pertinente. La qualità di un rebus non può derivare esclusivamente dalla pregnanza di una frase di prima lettura né dalla sua maggior leggibilità come testo di prosa in sé conchiuso. Il rebus è un enigma illustrato e trae significato dalla mutua circolazione tra un’immagine di partenza e le parole da essa indiziate, che ne sono l’adeguata l’interpretazione. Per ciò la frase che le contiene è tutt’uno con la sua versione iconica e il giudizio di valore non può riguardare essa sola ma l’insieme di parole e immagini. Che la sua elaborazione dia come esito una mera elencazione di enti slegati tra loro o all’opposto dello spettro compositivo una proposizione di immediata comprensione, magari completa di tutte le parti del discorso, è in fin dei conti meno importante della valutazione dell’insieme della creazione, e dell’originalità o bellezza presentate da uno o più aspetti della medesima, dall’invenzione di una chiave difficile alla callida junctura tra chiavi appartenenti alla stessa area semantica, da una pregevole cesura a una frase finale pregnante e finemente cesellata.
Se si comprende il rapporto biunivoco, il nesso inscindibile fra testo e illustrazione allora anche un altro rebus proposto dall’autore di queste note può con buone e fondate ragioni dirsi “classico”:

VI pin; pos A = Vip in posa
(questo pure pubblicato recentemente da La Settimana Enigmistica – n. 4854 – che nuovamente ringraziamo dell’autorizzazione a riprenderlo su questo sito).
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