Idee per recuperare la dovuta misura nel ricorso a questo strumento di lotta, e così un suo maggiore prestigio, dunque efficacia, particolarmente in riferimento al settore dei trasporti
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Intervista a cura di Riccardo Carlino pubblicata su il Foglio il 29 maggio 2026 – In argomento v. anche, su questo sito, la relazione che ho svolto all’Università di Pavia il 15 ottobre scorso sul tema Come restituire allo sciopero la dignità perduta
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Professor Pietro Ichino, lo sciopero generale proclamato da Cub, Sgb, Adl Varese, Si Cobas, Usi, Usi-Cit per il 29 maggio minaccia di bloccare il paese. Lo stesso accadeva lo scorso 18 maggio, con lo sciopero generale dell’Usb, ma al netto del clamore generale, tra i dipendenti pubblici ha aderito solo l’1,21% di scioperanti su oltre 1 milione di lavoratori. Che conclusioni si possono trarre da dati di questo genere?
Il problema, peculiare del settore dei trasporti, non è costituito da due scioperi a distanza di 10 giorni l’uno dall’altro, ma dal fatto che ormai da anni il settore fa registrare uno sciopero – sempre al venerdì o al lunedì – ogni una o due settimane, per lo più con tassi di adesione infimi, ma con danni enormi per la collettività. Presso la Commissione di Garanzia, dove le agitazioni devono essere preannunciate, si arriva all’assurdo di giornate di sciopero “prenotate”, quasi sempre al venerdì, con tre o quattro mesi di anticipo, e senza indicazione del motivo, che verrà poi deciso di volta in volta qualche giorno prima del giorno prenotato. Ma la cosa più assurda, di cui nessuno parla, è un’altra.
Quale?
Nel settore dei trasporti accade spesso che lo sciopero non soltanto non eserciti alcuna pressione sulle imprese datrici di lavoro, ma addirittura costituisca per esse un affare d’oro. Per esempio, l’azienda che gestisce i trasporti municipali opera normalmente in passivo, essendo il suo equilibrio di bilancio assicurato dal sostegno del Comune e/o della Regione: lo sciopero qui riduce i costi retributivi, di energia e/o carburante, di usura delle macchine, per sinistri stradali, ma non riduce le entrate derivanti dal contributo pubblico e dagli abbonamenti, i quali non subiscono decurtazioni in relazione ai giorni di sospensione del servizio.
Nel settore dei trasporti, poi, basta che scioperi una persona con un ruolo abilitante e va in tilt un’intera linea. Ha ancora senso che sindacati con adesioni molto basse possano indire scioperi nazionali nei servizi essenziali?
Ho proposto recentemente che per ridare dignità e autorevolezza a questa forma di lotta nei settori dei servizi pubblici essenziali venga introdotta la necessità di un referendum tra i lavoratori interessati e che la proclamazione sia subordinata al voto favorevole almeno del 10 per cento. Il ricorso al referendum per la proclamazione dello sciopero è da tempo prassi sindacale in Germania, dove i sindacati maggiori (come IG Metall e Ver.di) richiedono nei loro statuti addirittura una maggioranza del 75% dei membri votanti. L’approvazione referendaria della proclamazione dello sciopero è prevista per legge nel Regno Unito, in Canada, in Irlanda, in Repubblica Ceca, in Romania e da epoca recente anche in Grecia, con la legge n. 4808/2021. Inoltre, ma anche eventualmente in alternativa a una regola di questo genere, ne occorrerebbe una mirata a responsabilizzare i singoli lavoratori.
Che cosa intende dire?
Si tratterebbe di stabilire che, per consentire al gestore di un servizio pubblico di adempiere con precisione l’obbligo di informazione preventiva degli utenti, egli può e deve chiedere ai propri dipendenti di dichiarare con un anticipo di almeno una settimana se aderiscono o no allo sciopero proclamato. Basterebbe questo per ridurre drasticamente il danno prodotto dallo stillicidio di proclamazioni di scioperi cui poi aderisce l’uno per cento dei lavoratori.
Le obietteranno che in questo modo i lavoratori sarebbero esposti a pressioni indebite volte a scoraggiare la loro adesione all’agitazione.
Chiunque si occupi di relazioni sindacali sa benissimo che un comportamento di questo genere da parte del gestore del servizio verrebbe immediatamente e severamente sanzionata dal Giudice del Lavoro. Per altro verso, l’adesione o no di una persona allo sciopero non è una notizia riservata: al più tardi il giorno stesso dell’agitazione la cosa è di pubblico dominio.
Di fronte a tante mobilitazioni con basso tasso di adesione da parte dei lavoratori (oltre a motivazioni spesso slegate dal mondo del lavoro) non si rischia di sgonfiare il peso di un’azione come lo sciopero generale, e dunque di fargli perdere di credibilità?
Non è un rischio: è già una realtà che possiamo constatare e misurare. In questo modo lo sciopero ha perso gran parte se non tutta la propria efficacia, il proprio prestigio. Esso non è più uno strumento di cui i lavoratori si avvalgono per far pressione sugli imprenditori, ma uno strumento di cui i sindacati minori si avvalgono per farsi sentire e per fare concorrenza ai sindacati maggiori.
Con il decreto primo maggio, il governo prova a spingere in avanti anche il processo di necessaria misurazione della maggiore rappresentatività (in tema di contrattazione collettiva e di “salario giusto”). A un anno dalle elezioni, cosa altro può fare l’esecutivo sul fronte della rappresentatività sindacale?
Il decreto-legge n. 62 ha qualche merito. Ma non si è neanche proposto di affrontare il nodo cruciale, in questa materia, che consiste nella definizione dei “perimetri” delle categorie in seno alle quali può e deve essere misurata la rappresentatività delle associazioni sindacali e imprenditoriali concorrenti. Su come questo nodo possa essere sciolto si è svolto la settimana scorsa a Milano un convegno promosso dalla Fondazione Anna Kuliscioff, da cui è uscita una proposta molto precisa e immediatamente praticabile, a Costituzione invariata. Perché in Parlamento nessuno ne discute?
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